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RECENSIONI

14 Luglio 2013
Lettera del poeta critico letterario Giorgio Barbari Squarotti

recensione
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Lettera del poeta critico letterario Giorgio Barbari Squarotti

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Articolo su "Spiccioli Criminali"

Presentazione del romanzo Spiccioli Criminali a Roma, presso il Casale Garibaldi a cura dell'Università per la terza età.
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Articolo "Macondo"

macondo
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Articolo del "Quotidiano"


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Lettera del poeta critico letterario Giorgio Barbari Squarotti

recensione
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Su
Il poeta muore ogni sera
Palazzo Barberini, Roma
Marzo2008
(in)
Polimnia

(di) Luciano Luisi

Dopo molti anni spesi operosamente nella sua professione-vocazione di pedagogista, e molti libri scritti in questa veste, e con la collaborazione dell’illustre professor Pasquale Troìa, Giuseppina Amodei ha sentito il bisogno di rispondere ad un’altra e più imperiosa vocazione che chiedeva spazio e luce. Era la vocazione della scrittura creativa che è esplosa – e mi sembra questa la parola giusta – con una irruenza, con una febbre, un abbandono totale, che raramente ho riscontrato in scrittori sia affermati che alle prime armi. E così, conclusa la parabola di quel suo onorevole passato culturale, è nata una nuova scrittrice. E con sorpresa, una scrittrice che ha molte corde al suo arco, ovvero che si muove con eguale padronanza dei suoi mezzi espressivi, nella narrativa, nel teatro e nella poesia.
Appaiono, nel giro di pochi anni (una foga che sembra voler recuoperare la troppo lunga attesa, due romanzi, con cui sperimenta un linguaggio innovativo fino all’azzardo, poi tre lavori teatrali che rivelano un autentico talento drammatico in cui l’Amodei riesce a conciliare le sue tendenze linguistiche di ricerca con una godibilità dei testi che si è potuta verificare nelle fortunate rappresentazioni a Roma e in altre città di provincia.
Veniamo alla terza e non ultima espressione della sua creatività e cioè la poesia che oggi qui festeggiamo proprio per la sua più recente raccolta Il poeta muore ogni sera, pubblicato dalle edizioni Lepisma, nella collana diretta da Luigi Reina. Libro nuovo, per vari segni, nei confronti delle precedenti raccolte, pur nel coerente impegno stilistico, che vuole essere sempre adeguato al tempo in cui viviamo, teso cioè a esprimere il senso di incertezza, che caratterizza questa stagione della nostra vicenda esistenziale, questo tempo di transizione, di crisi e quindi – sembra voler dire l’Amodei – di ricerca anche dal punto di vista del linguaggio, che sappia esprimerlo, rappresentarlo. E in ciò, questo Il poeta  muore ogni sera si lega ai precedenti Deserto Definitio del ‘97 e Cartigli, canto nel colore del ’95, a Mi sia concesso il dono del 2001 e persino alle poesie di Femina Fera del 2006, con cui entra in consonanza con le fotografie di una donna bellissima e che mettono in moto la sua femminilità nel modo più diretto, più fisico si potrebbe dire, in una gara fra parola e immagine.
Ma nuovo, questo libro, per il più scoperto (arreso) accostarsi ai sentimenti, agli stati d’animo talvolta nell’immediatezza dell’annotazione. Come del resto avveniva più raramente anche prima quando il tema che determinava una più sentita emozione affettiva era condizionante, per esempio nelle poesie che rievocano le figure della madre e del padre che qui ritornano. Così la madre, in una scena domestica dove l’oggettività delle cose si fa memoria:

Copro le spalle
con l’ultimo scialle
rimasto incompiuto
intreccio dei fili di mia madre

Cose che tornano a raccontare la vita quotidiana, come nella lunga bella poesia che ha per capoverso-titolo La solitudine, nella quale è ricordato il padre, e in cui assumono una nitida funzione mnemonica:

Gli oggetti
mi fanno compagnia
foto senza colore
(mio padre che sorride
seduto
a quel suo banco della scuola)
l’abat-jour
sulla panca –

e poi ancora una rosa d’argento, un orologio, un quadro, a creare questa atmosfera color seppia d’un tempo irrimediabilmente perduto.
Dice altrove la poetessa La solitudine non è malinconia. E Gabriele Di Giammarino, chiosa, nella sua prefazione: “La solitudine, riempita dalle voci segrete che parlano non ai sensi ma alla mente, fa vivere e adorna ogni cosa, come il silenzio che rompe la linea del tempo e, intersecandosi,confonde piacebvolmente i ricordi del passato, l’immanenza del presente, i sogni del futuro”.
Ma voglio aggiungere: è un silenzio ricco di quella memoria che prende per mano la poesia (come sempre per ogni poeta): ed ecco che il presente viene aggredito, fermato dai ricordi, così che mentre la poetessa tenta strapazzandolo un brano di Chopin:

Il si bemolle inceppa
sulle mani nodose

Ma
la musica si fa profumo interno

E dopo questo audace ossimoro che ci porta indietro nel tempo sulla scia di quel profumo, l’ultimo verso della poesia, preceduto da uno spazio bianco, che è come un momento di riflessione, o forse di stupore, dice: “Come quando…”, con puntini di sospensione: e in quei puntini c’è tutto il suo vissuto al quale Giuseppina si volta.
Ma la novità del libro consiste soprattutto nel coraggio, nella capacità di guardarsi dentro, come è destino e condanna d’ogni poeta, in quella caparbia ricerca di una verità, o di un suo barlume, che non appartiene (non dovrebbe) soltanto al poeta, ma al suo lettore che in quei versi si rispecchia, se su quella verità intravista si è posata la scrittura a darle un senso e un valore universale. Per approdare a questa altissima finalità, che è come un orizzonte irraggiungibile, occorre l’umiltà della confessione.
Sentite:

Il corpo non ha più energie
non per gli anni
- no certo -
ma per questa mancanza di furore
che spazza il desiderio
e lo distrugge
per ricomporlo in mille abbracci
che non ritrovo

Non amo più?

Dunque una sorta di malinconia esistenziale pervade la poesia dell’Amodei nella sua realistica visione del mondo, una malinconia che a volte si fa amarezza. Ma attenua questo giudizio Di Giammarino, ora con accenti poetici, dicendo che “nondimeno in essa si avverte il profumo del vento primaverile che riscatta e terge con il sogno della bellezza un accenno di pianto”
Anche se forse più che di pianto si deve parlare di sentimento del tempo, di rimpianto, che più che essere legato a qualcosa di preciso, luogo o persona che si è perduta, è uno stato d’animo, quello in cui l’Amodei offre il meglio di sé come in questa poesia Pensare, che ha l’andamento del racconto:

Pensare
che vorrei solamente
incontrarti per caso
in una notte spensierata
fra la gente che ride
del mimo poeta giocoliere
tra i venditori di tegole dipinte
e tappeti di pezza

Sentire il tuo corpo
sfiorare il mio
e vederti allargare le braccia
senza sorpresa
ignorando l’incisione del tempo

Andiamo insieme come una volta
raccontando di noi
del simmetrico vuoto quotidiano
nell’attesa del nostro necessario ritrovarsi

Ma la folla neppure ti somiglia
e mi accontento di lasciarmi urtare
dai bambini
che perdono il gelato nella corsa

E la bella immagine finale, pur nella sua apparente leggerezza, diventa metafora di ciò che la vita ci toglie ogni giorno, di ciò che ogni giorno perdiamo.


 

(su)
Il Poeta muore ogni sera
(di)
Elisa Caprarella

“Che cos’è un poeta? È un uomo che parla agli uomini: un uomo, è vero, dotato di più intensa sensibilità, più entusiasmo e tenerezza, che ha una maggiore conoscenza della natura umana e un’anima più comprensiva di quelle che si suppongono siano comuni tra gli uomini: In questo modo Wordsworth nella celebre Preface alle Ballate liriche inizia a delineare l’essenza del poeta, quest’essere che per sua natura, evidentemente eccezionale, vive e muore sull’onda delle sue emozioni, specchio delle emozioni che turbinano incessanti nel gorgo del divenire. E Giuseppina Amodei è poetessa di intensa sensibilità che ci conduce attraverso il segno profondo della sua scrittura nel mondo dei poeti, della poesia, che è anche il suo mondo, un mondo in cui il poeta muore ogni sera che è il titolo della sua nuova raccolta poetica, pubblicata da Lepisma, con prefazione di Gabriele Di Giammarino.
Una silloge sfaccettata, un originale prisma sul quale si riflettono pensieri, stati d’animo, ricordi, sapori, colori e rimpianti legati all’inesorabile trascorrere del tempo.
La poesia dell’Amodei, talvolta così essenziale e diretta, punta senza mezzi termini all’emozione e alla riflessione. Questo binomio costituito dall’impulso istintivo e dal momento riflessivo è sorretto da una corda linguistica tesa e incisiva che non lascia quasi mai spazio ai sottintesi. I versi emanano un forte potere semantico grazie a un impianto metrico in cui la parola è un corpo solido e vibrante. La sua è una poesia basata sull’impatto del lemma piuttosto che sul virtuosismo sintattico.
Nella poesia Guardo che si riferisce alla Venere del Botticelli, colpisce l’incrocio tra la poetessa e la Dea “- mi guarda – Venere/ uscita dai riflussi/ dondola il corpo nudo /sulla barca conchiglia”
Uno sguardo che sarà eterno mentre  l’altro sarà destinato achiudersi. Ne emerge un senso di finitudine, di amarezza nel constatare che Gli oggetti sopravvivono alla carne, ma nello stesso tempo emerge anche la convinzione che la carne, l’uomo, deve lasciare impronte tracce, ovvero testimonianza del passaggio. Ma come fermare il tempo e il suo processo distruttivo? Forse emigrando a Juliaka, spettro di paese/ quasi una gabbia isola d’esilio/ dove il tempo è immobile, dove la poesia dà nuova vita al poeta, che ogni sera muore nel contingente lasciandosi alle spalle frammenti di memoria. E in questa bellissima poesia le immagini sono silenti ma intense e struggenti. Questa gabbia isola d’esilio è la dimora del cuore dei poeti. Gabbia in quanto prigione: il poeta è prigioniero di se stesso. Isola perché approdo sicuro è la poesia, ma anche isolamento e solitudine. Esilio qui contemplato come limbo dove sostare nei momenti di aridità creativa o di negazione della realtà troppe volte inaccettabile e cruda, e del tempo che comunque ferocemente passa in ogni luogo tranne che qui.
Poi la poetessa schiude le pagine dei ricordi con Lontano il tempo e in un attimo tutto è presente e passato rarefatto, riflessioni lievi, nostalgie e assenze. La memoria è dunque l’antagonista del tempo. Memoria che s’innesta nella natura e nei suoi cicli perpetui che dà il diapason alla versificazione il cui tono ora amaro ora triste, ora quasi ironico, si risolleva  sull’onda del sentimento che tutto sommato ci permette lunghe e dolorose notti dell’anima.


 

(in)
Polimnia
(di)
Giorgio Linguaglossa
Giuseppina Amodei
Il poeta muore ogni sera Roma, Lepisma, 2007
 pp. 106 € 18,00

Il magistero poetico di Giuseppina Amodei è fondato su procedimenti stilistici così particolari che non può essere adeguatamente apprezzato senza una loro analisi dettagliata. In primo luogo, l’utilizzazione dell’immagine priva di spazialità, ovvero priva di connotazioni che possano far risalire a una dimensione spaziale di posizionamento dell’oggetto e del soggetto; posto questo assunto, ci accorgiamo che all’interno del prisma poetico della Amodei si verifica un dimensionamento del soggetto in un luogo privo di successione temporale, si verifica una sottrazione della temporalità dall’oggetto, e questo si presenta come per giustapposizione e successione; in secondo luogo, il tempo cronografico della poesia viene ad essere trasvalutato in tempo ideografico. In altre parole, mentre la poesia «descrittiva» di matrice lineare esercita una imposizione del linguaggio sullo spazio letterario, nel senso appunto che è evidente quando le parti che coabitano e coesistono nello spazio si dispongono in successione temporale come avviene per la poesia tradizionale, nella poesia di Giuseppina Amodei non si ha una successione temporale del discorso così come non si ha una successione spaziale durante lo sviluppo dell’azione lirica. Mediante questo procedimento, che possiamo denominare di de-realismo, il piano del reale viene ad essere scollegato, espunto dal piano linguistico. Significativo che le poesie della Amodei risultano prive di titolazione in quanto prive di localizzazione spazio-temporale. Prendiamo ad esempio l’incipit della poesia a pag. 48: «Divento/ punta d’arco gigante Sagittario/ guardiano al mio destino/ - primo sguardo sul mondo -»; qui è chiaro che il procedimento metamorfosante investe l’io poetico. L’io poetico viene sottoposto ad un «ingrandimento», ad un «gigantismo» addirittura planetario, una sorta di divinizazione: l’io poetico diventa una deità che getta il «primo sguardo sul mondo». Poco più avanti notiamo l’io poetico, che parla in prima persona: «mi aggrappo alla criniera del Leone/ eletto re di foresta e di cielo/ sguazzo nei Pesci e nell’Acquario/ calpesto gli Scorpioni ed i Serpenti…Salto/ sulle code impazzite/ dei sassi che cadono in agosto/ - così senza preavviso -». Dove è chiaro che qui viene ad essere disautomatizzato il linguaggio poetico convenzionale con le sue solite localizzazioni spazio-temporali e con il suo concetto di verosimiglianza al reale; tutto ciò che avviene all’interno del processo metamorfosante dell’io poetico è una sconfessione dell’io poetico della poesia-confessione come di ogni altro procedimento poetico basato sulla solida struttura del racconto e sulla narratività progettuale dell’io poetico; l’ordine logico-sintattico è stato sostituito dall’ordine alogico-asintattico, dove predominano i polisindeti e gli asindeti e la fraseologia poetica è ridotta ad una congerie di segmenti-immagini, di segmenti ideografici che non rispondono più ad alcuna colonna sonora ma perseguono una musicalità «interna» ai segmenti, una sorta di dissonanza sistematizzata nell’antisistema quale si rivela essere la poesia della Amodei. Ed ecco il titolo, ripescato dalla miniera della poesia simbolista, e ridisegnato in chiave grottesco-derisoria di colui che muore ogni sera, di colui che ci ricorda, per anamnesi, un arlecchino o un pierrot, travestiti e travisati per l’ingresso in scena dell’io poetico metamorfosato. In un’altra poesia riproposta nel risvolto di copertina è ben indicata questa ipotesi di poetica della decontestualizzazione della lirica dal suo ancoraggio soggettuale e spazio-temporale: «I luoghi/ del poeta/ sono navicelle/ senza rotta/ nessun/ teorema/ niente/ geometria», dove l’ungarettismo metrico viene ad essere rovesciato nel proprio paradosso, e la cognizione del dolore è rovesciata e spostata in un universo de-simbolizzato e de-contestualizzato, in un luogo a-topico che non è più retto dalla geometria o dalla teorematica della geometria post-euclidea. Anche il verbo all’infinito è la spia della decontestualizzazione dell’azione non più legata alla centralità del soggetto, dell’io poetico: «Scoprire che nel grumo/ del dolore del mondo del reale/ si nasconde un disegna senza caos/ - assente lo scompiglio/ che si mostra/ alla mia limitata conoscenza -». Quello che resta alla conoscenza epistemologica è «un disegno senza caos», una intenzione dell’universo che ci priva anche della presenza pacificatrice e consolatoria del «caos». È ovvio che c’è una certa corrispondenza-continguità tra l’io poetico del soggetto poetante e l’io poetico del Demiurgo che istituisce intenzioni in-significanti e de-contestualizzate. Nei suoi momenti migliori la poesia della Amodei riesce a deautomatizzare il linguaggio poetico togliendolo alla sua intenzione significante, come nella poesia che inizia con il luogo trito, ritrito e imbalsamato di tanta poesia enfatica e provinciale: «Canta la luna», dove ad essere de-erotizzato e democraticizzato è il chiar di luna così desolatamente presente in tanta parte della poesia del novecento: «Canta la luna/ intona il suo lamento/ si fa complice ambigua/ non vuole illuminare/ i luoghi osceni cupi/ segreti inquieti chiusi/ nello scrigno dorato/ dove il lucchetto stringe/ gioielli/ che resistono all’usura» Che cosa sono i «gioielli che resistono all’usura»? Sono i ricordi, o meglio i finti ricordi, dell’infanzia, in realtà «i luoghi osceni cupi» custoditi «nello scrigno dorato» della falsa coscienza borghese. 
In un altro luogo, la Amodei scrive in modo esemplarmente chiaro: «L’infanzia/ vive la sua notte bastarda// L’ultima rosa/ diventa sasso sopra il finestrino/ del taxi», dove il piano di scorrimento spazio-temporale viene trattato con un triplice salto mortale: si passa da una considerazione anatomico-testuale dei primi due versi alla denotazione della corsa in taxi dove avviene la localizzazione di quel pensiero. La poesia della Amodei è tutta concentrata sull’opposizione binaria infanzia-età adulta. Qual è il luogo dell’infanzia? il giardino della giostra: «Nel giardino/ pubblico di uomini e colombi/ la giostra non gira//Immobili/ il cucciolo e lo gnomo/ il drago ed il cammello/ attendono bambini indaffarati…» nella poesia i bambini sono assenti e la giostra è ferma: sono scomparse le giostre e i bambini non giocano più. Piccoli segnali dai quali possiamo scorgere l’umanità del futuro prossimo.


 

Su
Il poeta muore ogni sera
Palazzo Barberini, Roma
Marzo2008
di
Dante Maffia

Se il poeta muore ogni sera vuol dire che ogni mattina rinasce e torna a fare il viandante di sogni per le strade del mondo, appena l’alba s’affaccia…
Giuseppina Amodei muove da una indicazione che è a un tempo dato sociale, immagine e considerazione. Entra nelle atmosfere col piglio di chi non sa ancora che cosa fare nei confronti della realtà, come comportarsi, come agire, se agire. Osserva il mondo, lo investe della sua persona e dei suoi pensieri; lo porta dentro di sé e poi tenta di rinnovarlo attraverso la sua sensibilità. Ma si accorge che la realtà non è soltanto quella personale, quella che ci pone al cospetto dei disastri e delle atrocità, c’è anche quella che si nasconde dietro i paraventi dell’obbrobrio non ancora scoppiato, che sta in agguato nei riflessi di uomini aridi e perennemente fuori dal contesto delle emozioni…
Il libro si presenta subito con il suo piglio civile, direi sociologico e pedagogico. Come se da ogni stilla di parola Giuseppina Amodei volesse detergere il senso umano troppo umano dell’essere e riportarlo a un’alba che non sappia la maledizione della muffa e del marcio…
Il viaggio di Giuseppina ha tremori e accensioni inaspettate, rincorse di abbagli, cadute nei riverberi, voli verso la dimensione del sogno e dell’inconcreto. Materia e sogno si combattono in un corpo a corpo micidiale, anche se c’è la certezza che nessuno vincerà, perché la vita si serve di ambedue e ne trae il flusso che germina il bene e il male.
Dunque questo libro può essere letto anche come un romanzo filosofico che si abbevera comunque alla civiltà orientale, a quelle fonti che seppero far germogliare “le ali del cuore”, come diceva un antico poeta persiano, per dimostrare al mondo che bisogna attraversare i sentimenti se non si vuole cadere nella rozzezza e nella mancanza di equilibrio.
E’ come se Giuseppina entrasse e uscisse dalla vita e dallo stesso viaggio; come se volesse dare una lezione e nello stesso tempo negarla per una sorta di pudore che non permette alla poesia il messaggio in senso stretto. Per fare ciò impunemente deve immergersi nel fiume eracliteo, cioè attraversare negazioni e brutture, mode e altari innalzati ai falsi miti, ma senza compromettersi, uscendone indenne. E’ possibile? O la tentazione può compromettere? Meglio allora far diventare il corpo “una stanza / chiusa all’accesso”, ricorrere alle antiche fiabe…
L’occhio del poeta si muove con velocità, si sposta, indaga, mette a fuoco una serie di situazioni e cerca di trarne una morale. Ma all’improvviso tutto sembra sfuggire, dipanarsi in squarci di allucinazioni, in ricordi che danno la mano ai desideri, che si confondono con il vissuto, con il sognato, con il progettato e con tutto ciò che si è deformato e perduto. Il rimescolamento è totale e Giuseppina però non accetta di diventare complice della dissoluzione…
Ed eccomi al Luogo fuori luogo, al viaggio che non annota la geografia nella sua consistenza specifica, ma soltanto ideale, alla geografia che si fa tempo senza tempo, angoscia del divenire fino ad arrivare a “una scrittura senza data / messaggio ai fortunati / che rubano l’oltranza”. E su questa “oltranza” bisognerebbe soffermarsi a lungo per vedere come la Amodei ha saputo tessere logica e irrazionalità in un unico disegno formale-informale, figurativo- astratto, fino a far diventare viaggio la stessa scrittura, le parole, il ritrovamento delle sillabe che apparentemente sembrano compiere una danza effimera e invece svelano gli occultamenti misteriosi del senso per ritrovare un senso proprio nell’ “oltranza”, e un’abiura nel disegno scomposto dell’esistere…
Al finale del viaggio,  l’analisi di Giuseppina Amodei si sfrena in una ironia che sembra attingere a certe cadenze di Bulgakov. Si leggano Palcoscenico triste carnevale, Palcoscenico triste virtuale: “Com’è vicino il mondo / ora che il tempo / web(loce) passa / finestra su finestra”. Il crescendo diventa forsennato, il fuoco entra in azione comunque, “La danza delle fiamme / diventa surreale” e poi quel reiterare il “Restituitemi”  prima il sole, poi il vento, poi  “il sogno del domani”.
Sì, “Il poeta muore ogni sera / o forse vive / nell’aiola del mondo / in attesa del piede che calpesta // Oppure / è solamente un personaggio / scaraventato / dentro un video-game // Attendo // Reset”.
Conclusione modernissima attuata con il linguaggio della telematica che viene accettato nella sua pienezza riuscendo a purificarlo della sua vaghezza e della sua aridità.
Giuseppina Amodei ha saputo darci la condizione dell’uomo odierno a contatto con le emozioni e con la distorsione che di esse è stata fatta, ha saputo offrirci uno spaccato della vita odierna a contatto con ciò che la contamina inesorabilmente. Non ha gridato allo scandalo e allo sperpero, ne ha preso atto, e ci ha condotti all’interno della crisi, senza nostalgie, senza rimpianti, diventando e facendoci diventare uomini del nostro tempo che devono però saper guardare al tempo lontano della mitologia e al tempo futuro. Si tratta di una poesia che ha il sapore della leggerezza e dell’incanto nel disincanto che sta in agguato e che muore giorno dopo giorno ogni sera insieme col poeta.

Dante Maffia


 

Dalla Prefazione di Gabriele Di Giammarino a "Il Poeta muore ogni sera"

Ritorna con la raccolta Il poeta muore ogni sera a risuonare la voce di Giuseppina Amodei con i toni consueti, ma qui particolarmente stimolanti perché arricchiti di uno slancio lirico che dal sobrio indulgere alla poetica delle memorie trascorre alla rappresentazione oggettiva delle cose riflesse nella mente e nel cuore. Pedagogista, autrice di romanzi, poesie, opere teatrali rappresentate sulle scene prestigiose dei teatri romani e italiani, vincitrice del premio letterario “Fiorino d’oro” a Firenze e “Roberto Farina” nell’Alto Ionio, la poetessa torna a dare voce al mondo dei sogni del domani, dei suoi arditi progetti, dei ricordi sigillati nel vaso di Pandora.

C’è nella visione poetica dell’Amodei un’amarezza di fondo, temperata dalla brama di vivere da parte di una donna consapevole che ad ogni tramonto farà seguito un’alba, che dalla fiamma dei ciocchi guizzante nella notte resterà per il mattino seguente brace viva sotto la cenere. Certezza, questa, che rasserena, ma non esalta, in quanto, se il poeta muore ogni sera, il nuovo giorno non apporterà nulla che ci consoli dalla routinedi un’opaca vita cittadina. Anche i ricordi, come gli effimeri doni contenuti nel vaso della mitica donna creata con i doni di tutti gli dèi, non dissolvono i nubi dell’esistenza, soprattutto quando costringono a riandare con il pensiero attraverso crude strade del mondo / inciampando nei morti / sui marciapiedi / col viso rivolto / alla volta di un cielo abbuiato e a scoprire un dolente vincolo di umanità nel rapido sguardo di un accattone che porge occhi vuoti al passante. Riuscirà la poetessa a vedere oltre lo specchio nel quale si riflette l’esistente?


 

 

(in)
Polimnia

 

LA POESIA DI AMODEI
(di) Luigi Reina

Chissà se Giuseppina Amodei ha mutuato il titolo del suo libro dalla battuta che veniva continuamente rivolta a Vincenzo Cardarelli dai buontemponi del Caffè Aragno, soprattutto da Mino Maccari: “Il più grande poeta morente”. Si rideva tra un cappuccino e l’altro, tra la lettura di un testo appena scritto e il racconto di un aneddoto. O forse no, perché l’idea a Giuseppina Amodei sarà venuta nel pensare che la poesia è l’immagine di un Prometeo a cui si rigenera il fegato in continuazione, l’immagine di un continuo rifiorire di energie affidate alla dolcezza del canto, alla musica  delle parole che sono sempre il frutto di stupori all’improvviso nati.
Prendiamo dei versi a caso in una pagina e poi in un’altra: “Il drago di roccia / dorme senza risveglio / sul bianco lucido delle fiumare / dal nome sempre vivo / che profuma di mandorla/ e di greco”; “Il fiume / non sa più d’argento / mostra un sudore / senza trasparenza”; “E come il fuoco / l’ultima traccia / di questo mio sentire / sembra volersi spegnere ogni sera”. Appare subito evidente una propensione al surreale, allo scandaglio di particolari che vengono percepiti in forme diverse dal solito e si tramutano in pensieri e sensazioni. Sinestesie e analogie si tendono per acciuffare il fluido del pensiero della poetessa che partendo da dati personali vuole arrivare a sciogliere i nodi intricati di una serie di problematiche enormi che investono il senso della scrittura, il senso della vita e della morte, il travaglio dell’uomo affaticato nella quotidianità e nel passo pesante e lento di ogni giorno. Ed è proprio dallo scontro tra aulico e quotidianità che nasce il corto circuito di questo libro abbastanza insolito nel panorama odierno così asfittico e povero. La Amodei ha la voce forte e alta, entra ed esce dagli argomenti con decisione, con arroganza, quasi, e non per sostare, ma per prendere le distanze dagli avvenimenti, dalla cronaca, e anche dalla finta umanità sbandierata e mai veramente tesa a concepire l’abbraccio dell’amore. Potremmo dire quindi che si tratta di un libro imperniato sulla crisi delle identità (anche se le pagine si prestano a molte altre interpretazioni) e perciò libro non facile, anzi piuttosto cosparso di enigmi,  di indicazioni subito negate, di ragioni  che travalicano la normalità e subito diventano una opzione appena possibile. In questo senso la vena surreale e ironica utilizzata s’impasta alla musica dei versi per ricavarne momenti di sbalordimento e di perplessità. A volte si ha l’impressione che la parola abbia preso il sopravvento sulla poetessa e la trascini per dirupi e calanchi per non permetterle di dire fino in fondo ciò che desidera e ha progettato, altre volte invece l’impressione è di avvertire quasi un cappio alla gola tanto forte è il senso di malessere provocato dalle descrizioni. Al fondo perennemente un transitare di scampoli che dettano la precarietà del vivere e danno la sensazione che la morte sia il punto di nascita vero e necessario perché tutto rinasca in una luce intatta.

 

(in)
Polimnia

GIUSEPPINA AMODEI
 Versi di marzapane, Firenze, Paideia, 2008
(edizione privata di cento esemplari numerati)
 (di) Dante Maffia

Di sorpresa in sorpresa: Giuseppina Amodei sforna versi con una facilità che sbalordisce; le sgorgano come sospiri, come canti, come indignazione, come commento alla vita e allo sfaldarsi dei valori del mondo, come momento di meditazione, come sfogo, come nostalgia. Un susseguirsi di emozioni, di sentimenti,
di visioni, di viaggi che partono da dati reali e sconfinano nel mondo della fantasia. Non c’è argomento, tema, che Giuseppina disconosca o consideri improbabile per la poesia ed è per questo che anche gesti o eventi apparentemente insignificanti, quelli cioè della vita quotidiana, possono assumere valenze straordinarie, diventare momenti eccezionali. In questo piccolo gioiello dei Versi di marzapane troviamo una umanità che ci arriva come una sorsata d’acqua fresca, un ritratto di uomo che è riuscito a imprimersi come una icona  incancellabile. E il tutto attraverso annotazioni minime (non minimaliste), attraverso la descrizione di momenti che colgono l’intimità dei comportamenti e ne evidenziano la bellezza e il candore. A cominciare da Haiku calabrese si avverte che siamo dinanzi a un personaggio molto particolare per il quale a contare sono le cose essenziali e non le inutili sfumature. La tenerezza è espressa indirettamente quando la poetessa descrive alcune situazioni molto belle. Ed è l’ironia a darci la chiave di interpretazione e il significato segreto di una persona che sa guardare in faccia la realtà per com’è, senza ristrutturarla con sovrapposizioni e schermi di nessun genere. Immaginate una “faccia pupazza” su cui cade la luna. Sembra una reminiscenza di Odi Melisso di Giacomo Leopardi ed è invece il ritratto a tutto tondo di un uomo incantato e stupito d’esistere.
Versi di marzapane è una raccolta di poesie d’amore come se ne scrivevano un tempo. Senza finzioni, priva di sotterfugi, di furbizie. La poetessa ci offre questo ritratto a tutto tondo e si offre a lui con la delicatezza di chi ha profondamente capito di che pasta lui è fatto.  Il tutto senza forzare la mano, senza andare alla ricerca di rituali, anzi scardinando le consuetudini e riuscendo a esprimersi nella maniera più indiretta possibile. In questo senso Pino diventa l’uomo ideale e allora ogni riferimento fatto ai cibi, ai modi di essere diventa condizione sublime di un viaggio fatto insieme alla propria donna che sa riconoscere, alla maniera di Saba, l’eccezionale nell’evento di ogni giorno.
Ormai la poesia ci ha abituato a guardare gli interni delle case e ci ha abituato alla notizia banale che vorrebbe far sprigionare una scintilla che dia luce al grigiore, ma qui non si tratta di grigiore né di ripiegamento nella prosaicità di tipo gozzaniano. Al contrario c’è un abbandono alla necessità di essere se stessi fino in fondo, di saper trovare la poesia dove altri invece non riescono a scorgere nemmeno una briciola di sorriso.
Da La tisana a Le rondini, da Le mie torte e i tuoi sughi, fino a La provola a La zucca e a I cani si scioglie un canto dolcissimo che c’investe  con una ventata di dolcezza. Pino troneggia in un fulgore davvero fuori dal comune e si fa cielo consapevole di quell’amore vero che quando è vissuto in questa maniera consapevole e ironica diventa fonte inesauribile di bellezza. Bellezza che si è propagata anche nei versi che si stagliano netti e decisi e danno la sensazione di essere arrivati a una radura incantata dove ancora è possibile trovare il calore delle parole, dei gesti, degli occhi. “Sopra le mani l’olio / e olio sopra il petto / olio sul viso e sui capelli / dentro ogni poro l’olio // Quasi un centurione / uscito dalla vasca delle terme”. “ Sarebbe divertente essere un cane // Ma il tuo  /–di cane”. Sono soltanto due esempi della felicità espressiva e compiuta della poetessa che ha saputo tessere una trama di piccole memorie che diventano dopo la lettura eterne memorie da imitare.


(in)

Polimnia
(di)
Giuseppe Pedota

 

Giuseppina Amodei
Il poeta muore ogni sera Roma, Lepisma, 2007
 pp. 106 € 18,00

La poesia di Giuseppina Amodei è ricca di suggestioni, ricca di musica, ricca di metafore che scintillano e si fanno amare perché ci portano in una dimensione fuori dal comune e ci catturano con il loro abbraccio di fuoco. Non solo, in lei si sente vibrare l’anima di una nomade e di una anarchica, elemento che me la rende cara e me la fa apprezzare oltremodo, soprattutto perché non si piega alle regole e non dà retta ai richiami maliosi delle sirene della moda.
Questo non significa affatto che ella non spii dentro il fuoco delle controversie attuali, anzi ci soffia perfino, ma poi si ritrae e fa sentire la sua voce fuori dal coro, con una forza che sbalordisce per quanto è aliena da qualsiasi compromesso.
Giuseppima Amodei mi pare lo specchio probante di come dovrebbe essere oggi il poeta, ma sappiamo che una scelta di questo genere non paga. Ne so qualcosa anch’io, che con la mia pittura sono rimasto lontano dai compromessi e la pago, per certi aspetti, molto cara.
Il poeta muore ogni sera secondo me è un libro che resterà a testimoniare il senso di vuoto che è venuto a crearsi oggi nel mondo; un vuoto che non promette il suo contrario e che sembra una bocca infernale in cui prima o poi cadranno tutti. A meno che il poeta non resusciti. Ed è qui la “trovata” geniale, il segno tangibile di una risorsa della poesia che sa rigenerare e rigenerarsi accendendo le speranze, rifacendo il cammino dell’uomo per vie traverse e per dirupi.
Io ho studiato a lungo I king e ne ho tratto molti riferimenti, molte illuminazioni, parte delle quali ho trovato in alcuni versi della Amodei. C’è infatti ne Il poeta muore ogni sera, qualcosa di orientale e di esoterico, una cifra insondabile che sfugge di continuo e non si fa acciuffare. Merito di una sensibilità che non si adegua alle povere cose di ogni giorno e cerca il varco oltre i soliti orizzonti (“ Ma le luci preziose / nascondono tra cupole / e fortezze / artigli inganni frivole passioni”). Poesia, dunque, che sa volare alto, che sa prendere dalla propria intimità una manciata di coriandoli e spargerli in ogni direzione per far capire che la vita non deve restare nel circuito chiuso delle abitudini e deve anzi avviarsi verso il futuro senza avere paura di nulla. Poesia che sa di mistero e di vita e non si chiude in oscurità e in affabulazioni ripetitive, anzi si apre alla fantasticheria passando per il ricordo della propria vita e approdando a radure che sembrano nascere dalla luce.

 

 

(in)
Polimnia
(di)

Rocco Salerno

GIUSEPPINA AMODEI
 Il poeta muore ogni sera
 Roma, Lepisma Edizioni, 2007

Ho avuto notizia della poesia di Giuseppina Amodei in seguito alla sua vittoria al Premio Internazionale di poesia “Roberto Farina”. Ho capito che si trattava di una poetessa con le carte in regola dalle parole del mio maestro Dante Maffia che di lei ha dato un giudizio più che lusinghiero presentandomela come una delle voci più schiette e più vere del panorama attuale. Dopo aver letto Il poeta muore ogni sera sottoscrivo in pieno il giudizio di Maffia e aggiungo che versi così fulgidamente fluidi, sinfonicamente rotondi non li leggevo da tempo. Nella cascata delle immagini si sente una commozione vibrata, una visione della vita che è, a un tempo, scettica e appassionata. È come se Giuseppina Amodei volesse negare e affermare, disconoscere il mondo e farlo suo intero. Certo, stiamo vivendo un momento tragico per i valori della poesia, lo si dice e ridice di continuo, e chi affronta temi così rischiosi, così vasti e così intrisi di metafisica si trova a dover fare i conti con situazioni letterarie e latamente “ideologiche” che disorientano. Giuseppina Amodei passa in rassegna i modi di porsi davanti alla sostanza della poesia, ma non lo fa con atteggiamento filosofico. È piuttosto un atteggiamento direi pedagogico (del resto è una studiosa di pedagogia e di problemi della scuola) che ci permette di entrare nelle segrete sfere della sua vita per svelarci che cosa sta al fondo della sua posizione, del suo angolo visuale.  “Dolce / è il navigare / nel sonno indotto / dove nessuno spia / se non il cuore / solamente tuo”.
Si nota con estrema facilità che la poetessa fa di tutto per ignorare le finte rivoluzioni avvenute di recente, le posizioni di avanguardisti che  cambiano per non far cambiare niente, come diceva il Principe Salina nel Gattopardo. Questo suo modo di agire nei confronti delle novità (o fatte passare per tali) pone la Amodei nella condizione privilegiata di poter guardare gli avvenimenti del mondo con una certa aria di noncuranza, come a dire che la poesia ha ben altre preoccupazioni che la cronaca, ben altri interessi che la povertà del quotidiano, che non trova assonanza con i massimi sistemi. Questa poesia ha il sapore aristocratico di chi non intende mischiare il privilegio della sensibilità acuita con una qualsiasi annotazione. Si tratta di una poesia ricca di fermenti, di memoria che si è fatta canto dolcissimo e anche scomodo, perché la Amodei non ha voluto abbandonarsi alle melodie facili e ha scelto la via aspra e forte della “confessione” che si àncora immediatamente però alle sorti del mondo, in un rapporto dialettico serrato.
Apparentemente il libro sembra essere imperniato su un progetto che riguarda la funzione della poesia nell’era attuale, in realtà la poetessa va oltre l’assunto in qualche modo dichiarato e affronta i grandi temi dell’uomo partendo e ritornando alla poesia. Il poeta che muore ogni sera è il simbolo di una perdita che se non si rinnovasse creerebbe disastri alla psiche e disorienterebbe l’umanità. E nonostante che “I luoghi dei poeti / sono navicelle senza rotta / -nessun teorema / niente geometria”. Cioè, tutto è affidato all’avventura umana che entra ed esce dall’effimero per cercare di trovare l’appiglio su cui sostare per poi poter scegliere la strada maestra.
Nei testi si alternano ricordi, viaggi, osservazioni, incanti, momenti felici e malinconie, ma trovano la loro unità nello stile che sa essere lieve e ammiccante e sa darci il giusto scatto per diventare complici convinti del dubbio che percorre ogni pagina e ci avvisa di ciò che si perde ogni giorno, ci avvisa che forse siamo ormai diventati omini virtuali di un videogioco.

 

(in)
Polimnia
(di)

Eugenio Nastasi

 

GIUSEPPINA AMODEI
 Il poeta muore ogni sera
 Roma, Lepisma Edizioni, 2007

La forza che scaturisce dai versi di quest’ultima fatica poetica di Giuseppina Amodei è tutta iscritta in un serrato dialogo con se stessa prima, col suo essere donna senza il tedio sovrastato da illusione o speranza, con la sua matrice di formazione pedagogica e con il suo sanguigno orgoglio di poeta visionario e perciò oracolare.
Il poeta muore ogni sera, pubblicato per i tipi di Lepisma, mostra senza infingimenti la dura astrattezza delle cose quotidiane, dove la sconfitta di una umanità arresa alla confidenza con l’ovvietà di un mondo divenuto virtuale reca lo smarrimento e  il vuoto, il disagio, infine, di guardare oltre
Ma/ ho anche attraversato/ crude strade del mondo/ inciampando nei morti/ sui marciapiedi/ col viso rivolto/ alla volta di un cielo abbuiato.
Il poeta fa dunque parlare gli oggetti e l’umanità abbandonata al suo destino proponendo l’enorme difficoltà dell’intellettuale di comunicare e di servire la mediazione col senso profondo della vita,dove l’impegno realistico viene investito dal non-senso di gesti inconcludenti, di un mondo che si lascia andare:

Dovrei maledirlo/ quest’occhio che spia il futuro/ strapparlo/ come fece il re/ dal sangue impuro

Ed ecco giungere, fin dalle prime pagine, nonostante il continuo riflusso di una amarezza di fondo, come puntualmente avverte il predatore, il programma della parola poetica proponendo al nostro ascolto attraverso il frastuono o, se si vuole, la distorsione d’una contemporaneità scheggiata, scivolata, (suo malgrado?) in una sorta di “maledettismo” fine a se stesso. Infatti, a pagina 25, prorompono versi di estrema lucidità, versi che fanno cassa di risonanza per tutto quanto scorre dopo.
Invece/ è sfera di orgoglio/ esibizione altèra.// Punge/ dentro spazi visionari/ come l’ago/ che tenta ricucire/ bestie e uomini insieme/ foreste e mari / e terre / senza alcuna esplorazione;
e ancora, come se l’Amodei avesse trovato il filo di una evocazione in sé compiuta e capace di uno spessore semantico, conclude così il suo serrato messaggio:

Scandaglia
Rimesta
Scombina ricompone
Fluisce defluisce
Non si arresta.

Da questo momento in poi la poesia di Giuseppina Amodei sembra planare a volo radente su un panorama neanche tanto distante dal punto di osservazione se odori, lezzo, folla e passanti, occasioni e avvenimenti stigmatizzano profili e bozzetti simili ai flash di un film di Antonioni (come in Blow up, per esempio), dove gli oggetti sopravvivono alla carne e le matrici /si arrampicano  ai nervi della mente/ attendono l’innesto dell’esatta/ composizione/ - necessario passaggio/ del fuoco testimone.

Non credo che l’Autrice, proseguendo nel suo realistico scandaglio, dove trovano posto incursioni squisitamente poetiche e monete intellettuali di solida cultura, abbia riposto oggetti del suo desiderio e fantasia in una tematica monocorde di denuncia e di acquisizione, impara anche il topo di Pavlov.
Ella è consapevole della preoccupazione risolutiva del poeta e domanda alla sua pagina di rendersi sensibile portavoce delle ragioni della sua pronuncia, pur mostrando in negativo la pellicola:
Dolorosa scoperta/ questa diversità che mi attraversa/ lo sguardo/ che guarda l’altro senza più vederlo.
Né si può tacere il ritmo, scandito con un impeto che sale dal profondo, in quanto anelito nella sua cruda verità, con cui la poetessa sbalza altrove, il senso alto della poesia-colloquio infinito:
Vorrei credere agli angeli/ e poterli incontrare/ e un poco avanti:
e scandagliare// in quale angolo è nascosta/ quella mano/ che tira i fili/ / Cercare risposte/ - sensate ipotetiche insensate/ controbattere battere sperare/ di non aver ragione
che indica l’abbozzo di una serie di motivi essenziali che aggiungono nuove tessere alla ricerca-denuncia, fino a depurarsi in un riferimento cosmico
Scoprire che nel grumo/ del dolore del mondo del reale/ si nasconde un disegno senza caos.
Il valore e il merito della raccolta rivela nicchie dove la movimentata orchestrazione della cronaca indicano vie d’uscita al poeta, testimone in prima persona della libertà del contrasto, del dirupo del pensiero, per riconoscere  che i luoghi del poeta/ sono navicelle senza rotta/ - nessun teorema/ niente geometria.
Anche i ricordi, senza eliminare il gusto delle descrizioni e quella parte di storia personale in cui si potrebbe indugiare e cedere, si allontanano dalle sfumature e dalle mezze tinte e adempiono alla funzione della definizione e del chiaroscuro:
Roghudi adesso/ è regno di lucertola e di geco/ degli incroci cinghiali/ e del rondone/ - intreccia i suoi fili esagerati/ al centro di un soffitto/ che sbriciola il suo rosa.
Giuseppina Amodei ha saputo chiudere in una cornice di febbre poetica e salutare una materia ostica perché ovvia, quella della memoria e delle occasioni presenti che diventano talora arbitrio, l’esatto valore del passato e la figura della morte appostata nei molti che mancano, lapidando il presente in un verso infuocato Il futuro è rubato, e la vita trascina silenziosa questa assenza/ sbianca i ricordi come i tuoi capelli.
Potessi almeno/ nutrirmi di poesia/ ignorare le cellule allarmate/ eliminare il grido della fame; e qui il punto genuino, di cui ci fa dono la poetessa, senza il quale la mediata conoscenza della poetica e il più umano sentire varrebbe ben poco, aspira a ritrovare non solo gli elementi pregnanti della propria infanzia senza tramonto Restituitemi il sole, restituitemi il vento, restituitemi il sogno del domani, ma anche i caratteri di una modulazione di forte valenza etica che possano divellere dalle viscere della terra immobili ghiacciai/ e cellule di vita in attesa.
Il poeta muore ogni sera/ o forse vive/ nell’aiola del mondo; se il grano non muore non diventa spiga, aggiungo io, e il riferimento evangelico, come un’eco, è d’obbligo; d’altra parte attendo, verso conclusivo dell’opera, è lemma colmo come un soffio di acqua marina.
Se l’Amodei mi consente, vorrei salutare questa sua raccolta con una citazione tratta da La tentazione di esistere di Cioran, nel paragrafo dedicato a Lutero: “Quel che vale questa ragione, non domandatelo ai filosofi, il cui mestiere è trattarla con cautela, di difenderla. Per coglierne il segreto, rivolgetevi a coloro che la conobbero a loro spese e sulla loro pelle”; e credo che questa ragione sia una prerogativa dei poeti, del loro riserbo inventivo.


 

In Antologia della poesia erotica contemporanea

Scherzo Angiolieri

 

Quasi a dispetto il vento frettoloso

si veste del tuo sguardo

- irriverente gioco -

 

baruffa coi capelli scomposti

frulla l'abito rosso

quasi fiore ibisco di mattina

- Mi sento come dolce Marilyn(a)

 

Se avesse corpo lo potrei picchiare

se avesse orecchie lo potrei sgridare

con severo cipiglio

 

Ma fa sberleffe

ed ora mi accarezza ora scompare

s'intrufola nei seni

sferza il collo

sfiora le gambe

- brivido inatteso -

scava il mio ventre

- fuoco che rovina -

 

Poi si riposa

- sazio -

sulla mia fronte corrugata altera

 

E nell'audace gioco

di amplessi non vissuti

riporta indietro schegge di pensieri

li struscia con i miei poi li cattura

 

E li trascina là verso la luna

 

(dalla) Rivista POLIMNIA, maggio-luglio 2006
di Dante Maffia

Mi domando, nello sfogliare Femina Fera, se davvero si può restare indifferenti, senza fremere, dinanzi a una espressività che va a cogliere i segreti impalpabili di un bosco dentro cui vive e si muove una donna allo stato brado. Una donna bellissima non solo per le sue forme, ma perché libera come l'aria, elemento ella stessa della natura, luce che illumina l'intrigo dei rami e del sottobosco, grumo di buio che anela alla luce…
Il corpo della Coraini diventa una statua di bronzo, ma palpitante, con movenze feline che precludono a una zuffa senza quartiere, al balzo che avverrà per vivere fino in fondo l'avidità annidatasi nel cuore.
E' stato bravo, Fabrizioa cogliere gli attimi dei mutamenti… ed è stata brava Giuseppina ad accompagnare con i suoi versi, che non sono controcanto e partitura che ha semplice corrispondenza di amorosi sensi, ma voce alternativa che ridisegna la corsa e il viaggio.
La poesia di Giuseppina Amodei si muove melodiosamente tra un turgido tono metafisico e un realismo erotico che sfiora le cose e i sentimenti e ce li restituisce come acciaio temprato alle fiamme di un altiforno.
La bestia necessaria della solitudine, come ella dice, in incipit, attraversa il corpo e l'anima di queste immagini e le completa di un lievito che scorre leggero in tondo. La poetessa si spoglia del suoi Io e lo confonde con quello degli altri, diventa ella stessa incubo di una transumanza che si colora di infiniti mattini, entra "nel cupo dei sogni" e attende l'alba.
Siamo dunque a un rapporto in cui la parola non deflagra e copre di rantoli le immagini e in cui le immagini non scoppiano in scintille impaurite che tentano il connubio incestuoso. Parole e immagini si fronteggiano senza sfidarsi, senza detergersi del languore che si è accumulato negli anfratti del bianco e del nero o delle sillabe. C'è una chiarità di intenti che si sviluppa in un crescendo sinfonico e si libera…
Una poesia che evita il singulto, che si tuffa nell'ambiguità per trarne vigore, che si affida a lampeggiamenti colti sul filo di un ricordo, di una discordanza, di una parvenza.
La poetessa riesce a cogliere anche il filo che si annoda intorno alla verità di un dettato scaturito da esigenze di rapporto con il potere. In fondo è proprio del potere che si parla in questo libro e che Giuseppina Amodei sa trattare con scatti lirici di rara efficacia.
Parole e immagini sono tesi in una accensione che suggerisce di guardare alla vita come se fosse una delle mille possibilità dell'essere. Si sentono le vibrazioni dell'Io che si scontra con un altro Io senza lacerazioni.
Narciso perde la partita, eppure non c'è sentore di sconfitta, di perdita. E ciò significa che le posizioni rispettano l'alter ego e lo pongono su un piedistallo intoccabile.
Non so se si tratti di metafisica che si diluisce in canto o canto che si appende a note metafisiche, è certo che leggere questi versi dà linfa, respiro pulito, ci porta all'interno di una condizione radiosa in cui si possono trovare le coordinate di un ideale robusto e impavido.
La poesia ha sempre il compito d riordinare l'interiorità dell'uomo, diceva Quasimodo, e Giuseppina Amodei tenta questo con un'aria d'innocenza che spinge alla chiarezza e all'abbandono.
Insomma, Femina Fera è un libro che nel mentre fa sognare ci porta, contemporaneamente, nel crogiuolo indistinto di passioni e di questioni cruciali che stanno al bivio. E Fabrizio Portalupi ha saputo condurre la regia di idee e sentimenti entrando e uscendo dal contesto, offrendo la sua sensibilità senza distorcere nulla, senza sovrapporsi, anzi mettendo in risalto le qualità della poesia di un corpo che sa diventare emblema di una situazione umana e senza togliere nulla alla presenza delle parole poetiche.
Nel suo complesso, il volume si presenta come un luogo in cui riposarsi, un campo su cui confrontarsi.
Così poesia e fotografia si scambiano il fiato, si annodano e si intersecano, si abbracciano e si danno la mano per creare un'opera la cui suggestione sta certamente in un dato estetico, ma che non disdice e non riprova il sapore della quotidianità.
Femina Fera conquista la sua posizione fuori da ogni riferimento di trito femminismo e afferma con fermezza che laddove si viaggia, sempre si trova, alla fine, il motivo per rinascere, per rinascere all'infinito.

Ascolti?
Le parole si vanno frantumando
e si sconvolge il senso
la memoria
attende nuovi spazi

Cosa ne sanno
- loro -
di questo mio sentire?

Credono forse che soltanto l'uomo
sia capace di intendere? Parlare?

So contare le sillabe
la fiaba
è poesia che mi appartiene ancora

TERRA E SCRITTURA, VOCI DALLA CULTURA CALABRESE

Paideia, Firenze 2004

(dalla) prefazione di Dante Maffia

Giuseppina Amodei, come tutti i poeti che si rispettano, attinge le sue qualità etiche e stilistiche, umane e spirituali, dalle sue radici. Poi è capace di andare oltre, di diventare europea a tutto tondo, ma la linfa vitale e poetica le viene dallo Jonio, dall'Aspromonte, dal carico di tradizioni che in Calabria hanno saputo resistere alle intemperie delle comunicazioni di massa. La poesia di Giuseppina Amodei è sostanziata da una grande umanità e dalla capacità di saper far convivere l'antico e il nuovo in forme linguisticamente depurate e portate a esiti o che appartengono alle esperienze più vicine a noi. Svetta la bellezza dei luoghi e dell'anima e il tutto è detto con la convinzione che ogni incontro è una dilatazione del proprio essere. La Amodei sa maneggiare il verso con perizia, ma non approfitta della sua bravura. S sente che ha lavorato sui versi e che ha ingaggiato una battaglia non indifferente per arrivare a distillazioni così severe e di rarefatta bellezza, e tuttavia ogni testo è ricco di quel pathos originario da cui è scaturita la scintilla compositiva.

Adesso che abbiamo impastato

la nostra creta con la creta del mondo

potremo dire di essere

fra coloro che comprendono il dolore

senza farne bandiera

Ecco, mi sembra una dichiarazione di poetica, infatti ogni verso ha quella pacatezza enunciativa, questa corposa realtà che ci svela il mistero della vita.

LA RAGAZZA DAL COLLO DIPINTO

(Paideia, Firenze 2003)

(dalla) Recensione di Dante Maffia sulla rivista POIESIS, N. doppio 28-29, 2004

Giuseppina Amodei è una continua sorpresa: i suoi scritti di pedagogia che rompono antiche regole e aprono nuove porte verso il futuro, la sua poesia attualissima, densa di umori umani e culturali che sanno guardare al passato e cernere il lievito del domani, la sua narrativa, complessa, certamente, ma viva ed immersa totalmente nel flusso di una attualità così inattuale da dare l'impressione che, per esempio, La ragazza dal Collo Dipinto sia al tempo un libro di meditazioni, studio filosofico-sociologico, poema, romanzo, trattato di metafisica...

Questo romanzo non vuole essere una semplice favoletta che racconta il disfacimento di una civiltà e ci dà notizia dell'avvento della prossima. Per fare ciò bastano le storie manieristiche di Paolo Choelo. La Amodei ha puntato a qualcosa di più profondo e di più audace, eliminando ogni frase comune e servendosi della lingua degli dei, quella lingua della poesia che dà ad ogni pagina un sapore antichissimo e modernissimo, un accento oracolare e universale. Infatti spesso la scrittura in prosa porge la mano a quella poetica in un interscambio che quasi non fa avvertire il passaggio.

... Di una cosa sono certo, che La Ragazza dal collo Dipinto è un libro che lascia il segno perché ha saputo sintetizzare le angosce del nostro tempo, la precarietà del nostro vivere, la bellezza dell'amore, la necessità di essere noi stessi al di là di ogni evento e ha saputo soprattutto ribadire, con efficacia romanzesca, che se "Ognuno trascina la propria solitudine come meglio crede", "Gli alfabeti sono le pietre del pensiero, i macigni visibili della nostra mente, le tracce autentiche del nostro comunicare".


TRE PASSI DENTRO IL TEMPO

(Lepisma, Roma 2004)

(dalla) Prefazione di Dante Maffia

Mai titolo ha avuto così forte tempra metafisica. In questa opera teatrale vengono affrontati gli argomenti più delicati e più sottili della nostra epoca di grande confusione e di mutamenti repentini. Non con le solite armi delle analisi protratte e dettagliate, dialetticamente poste in risalto, ma con le armi della poesia, più esattamente con le armi del pensiero fattosi poesia.

Una scommessa non facile per più ordini e motivi: il teatro di poesia oggi è quasi reietto (non bastano gli esempi di Mario Luzi, Luciano Luisi, Giovanni Testori, per fare qualche nome) e comporta estrema bravura, estrema sintesi, divieto di eccessi lirici; la concentrazione del pensiero non permette distrazioni; la metafora utilizzata come un circuito entro cui tutto si deve muovere crea una sorta di barriera. Ma giuseppina Amodei non si preoccupa per nulla di queste "siepi" e le oltrepassa disinvoltamente, evitando con naturalezza gli eccessi lirici e filosofici, ma non rinunciando a dire la sua, spaziando in molte direzioni, scavando nella psiche, riunendo in un sol punto il senso e il nonsenso, la morte e la vita, il dolore e la gioia, il Compiuto e la Dissolvenza...

Giuseppina Amodei, conscia della sua bravura, e della sua ricchezza interiore, non ha voluto girare attorno agli argomenti e, scardinando tutti i luoghi comuni ("Come se atrocità fosse la norma"), è scesa nell'inferno del vivere e del divenire, svelando cosa si nasconde in ognuno di noi e che cosa invece ci sorprende perché impreparati ad accettare i mutamenti.

Per tutti questi motivi Tre passi dentro il tempo diventa convincente allegoria della condizione umana e ne disegna il passato, presente e futuro, alla luce di ciò che si è spezzato perché "filo intollerabile", alla luce della "frantumazione" finalmente avvenuta e, soprattutto, alla luce dell'"uscita" che non deve essere momentaneo salvacondotto per evitare il male, ma progetto dell'uomo nuovo che deve saper discernere e comprendere dove si annidano "i profumi degli incensi antichi" e saperli mescolare "coi veleni degli smog".

 

Recensione di Lara Maffia

Tre passi dentro il tempo, edito dai tipi di Lepisma, è l’ultima opera di Giuseppina Amodei, personalità eclettica nel panorama letterario contemporaneo. L’autrice, che si è già cimentata con opere capaci di spaziare dalla narrativa alla poesia e alla saggistica pedagogica, ha saputo mantenere ancora una volta la peculiare forza evocativa del suo linguaggio, caratterizzata dalla capacità di modellare le parole quasi fossero note musicali, di renderle elastiche e dense di significati che a loro volta si intrecciano nella creazione di una realtà poliedrica e sfumata, quasi onirica.

Tre passi dentro il tempo è un’ opera che va letta con estrema concentrazione per poter cogliere i vari livelli che la attraversano, per riuscire ad assaporare i legami semantici che legano le parole concertando una sorta di sinfonia lirica e spirituale, in cui il lettore, la lettrice viengono accompagnati dalla Poesia, che, come il personaggio del Poeta, è donna.

Il testo si apre con una sorta una domanda-riflessione, palesando immediatamente il suo fascino lirico, in cui il Poeta (l’Ombra, la figura femminile) si chiede: “ Arlecchino del Tempo/ il tuo corpo a spezzoni/ si cuce addosso specchi/ rimasugli di vetri/ aspri frattali/ Cosa inviti?/ Perché dovrei sognare”. Chi legge si trova immediatamente proiettato in una dimensione intima ed allo stesso tempo metafisica, in cui i personaggi non hanno volto e corpo, ma sono spirito puro, sono anime pensanti e straordinariamente sessuate, che si chiedono il senso dell’esistenza ponendosi interrogativi quasi teologici. Esperio è figura maschile e, come sottolinea in una nota introduttiva la stessa autrice, ‘può essere virtuale’, infatti afferma la convenienza di sognare altrimenti si rischia di incorrere “nel filo doppio che ti lega senza stringerti mai” mettendo subito in chiaro che si sta riflettendo sulla condizione umana in se stessa, da sempre suscitatrice di sgomento nei singoli, soprattutto nei poeti ricchi del dono maledetto di cogliere la precarietà della vita, che racchiudendo il suo opposto rende vano ogni tentativo, e aspira all’immortalità nella certezza della morte.

“Essere o non essere…” è l’interrogativo degli interrogativi , che in questa opera si ripropone in modo inedito: “Che cosa siete? Quali cose siete?”, chiede un’ombra femminile ad un personaggio maschile e il dialogo diventa un ‘rutilare di eventi senza corpo e senza consistenza’ tra archetipi e possibilità di esistenza; i significati trascendono i significanti, le parole diventano dense di sensazioni riuscendo a regalare momenti quasi mistici.

E’ da tempo ormai che il teatro ha abbandonato la via maestra della parola per far trionfare gesti, silenzi, immagini d’ogni genere. Negli ultimi anni, accanto alle avanguardie che avevano esigenza di svecchiare scrittura e regia, scenografia e recitazione, abbiamo visto fiorire una infinità di improvvisatori non sempre all’altezza della situazione in atto. Il dilettantismo e il pressappochismo così hanno fatto man bassa e le “innovazioni” si sono disperse in uno sperpero di tentativi senza risultati convincenti. Giuseppina Amodei invita, con quest’opera, a ritornare coscientemente alla grande tradizione, ma naturalmente senza i pesi di nessuna retorica e senza gli affastellamenti di un repertorio vecchio e privo di mordente.

La sua parola di teatro è densa e lievitata di sfaccettature che danno l’idea di un continuo movimento di idee e sensazioni fino a farci accorgere che la parola stessa è mutevole e capricciosa se non trova la dovuta accoglienza. E la dovuta accoglienza si ha soltanto quando gli attori e la regia sapranno assegnare ad ogni sillaba il giusto di adesione e di pathos.

Vorremmo che fosse chiaro l’atteggiamento di questa scrittrice capace di trascinarci dentro le situazioni con naturalezza, ma senza dimenticare che la finzione a un certo punto deve farsi carne e sangue del vivere, del pensare e del sognare.

Rivista Punto di Vista

Recensione de L'Ingresso
di Francesco de Napoli

"Ambiguo", incarnazione impalpabile e misterica, eppure tangibile e inequivocabile, del "tempo" implacabilmente commisurato alle umane pulsioni - perciò obbligato ad assumere le sembianze, di volta in volta, del passato e del futuro - ricama una serie di tormentati dialoghi con altri due ben netti e calibrati personaggi del dramma, Anziana e Fanciulla. L'incontro, che si presenta ambiguamente surreale, avviene in una "misteriosa stanza", come scrive nella prefazione Luciano Luisi, il quale sottolinea altresì il carattere "audacissimo fino al limite dell'azzardo" di quest'opera, "dettata da una necessità che non avrebbe potuto accettare mascheramenti o finzioni".
L'evidente riferimento è a quelle striscianti finzioni di cui risultano fortemente impregnate molte delle pièces che affrontano questo "tema ricorrente in fiumi di scrittura" (Luisi), ossia le problematiche legate al fattore tempo, ma dalle quali riesce a distaccarsi con sapiente grazia questo valido testo di Giuseppina Amodei. Le straripanti finzioni - o, meglio, "contraddizioni" - da cui (per chiarezza) si potrebbe trarre spunto, sono quelle ideate a suo tempo da quel geniale caposcuola che fu J.L. Borges, al fine - spiegava lo scrittore argentino - di "ampliare il tempo e lo spazio attraverso la tecnica dell'anacronismo deliberato e delle attribuzioni erronee". Inutile dire che l'insegnamento di Borges è in seguito - come spesso accade - degenerato al punto che l'ardire bizzarro e unisoggettivo di proposte pseudo-sperimentali e/o postmoderne (ma anche di impostazione classica) appare sovente totalmente arbitrario, "virtuale" e quindi fine a se stesso, se non - ahimé! - addirittura incomprensibile per linguaggio e contenuti.
Giuseppina Amodei riesce a mantenersi nei limiti dettati dallo stretto, impellente e invalicabile rapporto dialettico "concretezza esistenziale/mito" (Luisi), un rapporto che, in definitiva, finisce per dettare le regole del dramma, precisando ruoli e significati - per quanto metaforici - di ciascun personaggio. Così, vediamo entrare in scena altri due personaggi, dialetticamente denominati Contrasti, Primo e Secondo, nitide figurazioni del Bene e del Male. Le situazioni descritte si arricchiscono di "ricerche espressive" che non rifuggono da uno sperimentalismo, soprattutto linguistico, che assume varie forme e ritmi: notiamo, ad esempio - osserva Luisi - "un martellamento di rime come in una litania". Il significato complessivo della rappresentazione non perde, però, mai la sua estrema linearità e questo perché non occorrono finzioni, dal momento che il tempo - comprendendo in sé passato e futuro, bene e male - non potrà essere "ampliato" né "ridotto" a piacimento.
"L'Ingresso", dramma in versi e testo per musica, ricorda il canto fermo - ovvero la melodia prosaica - che alcuni critici individuarono nelle Operette morali di Giacomo Leopardi, ove la "poesia della mente" si sviluppa attraverso il dialogo.

IL GESTO SOSPESO

(Lepisma, Roma 2005)

(dalla) Prefazione di Giorgio Linguaglossa)

Il gesto sospeso, recita il sottotitolo dell'opera, è un dramma ideato come "Intrusione nel dramma Maria Stuarda di F. Schiller". Intrusione come concetto inteso nell'accezione postmoderna di rivisitazione, remake, variazione di un elemento invariabile, come variazione appunto nel senso che ogni dramma è un insieme di possibilità inespresse il cui svolgimento potrebbe condurre ad un finale diverso, o prorogare, dilazionare in un tempo ulteriore il finale già prescritto, ovvero, diversificare l'esecutività del finaleattraverso una nuova modalità.
Finché il gesto rimane sospeso, il dramma rimane apertonon è suscettiile di aderire a un finale; ma quando il gesto si compie, allora la finalità trapassa il finale e l'evento non può che compiersi. Così il tragico, nel postmoderno, è privo di destino e la finalità del dramma è costituita da un insieme di atti sospesi la cui sospensione implica il mancato pronunciamento del finale...

 






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