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FRAMMENTI DI OPERE

(Da Luogomondo – i Miti altri)

 

Dheli

 

È forte il sospetto

che Dio non esista

non quello della giustizia

 

Incolmabile differenza

tra i corpi avvolti nei sari

che sembrano fiori tra i fiori

e le vesti gialle di merda

 

Tra le dita cariche di anelli

e le mani a tenere un piatto di legno e scarafaggi

 

E non ho visto Calcutta

né il Gange

discarica di teste ed ossa spezzate

(ne ha parlato un ragazzo incontrato per caso

all'aeroporto di Kuwait City

gli occhi ancora carichi di rosso

e la bocca pronta a vomitare)

 

E non ho visto i lebbrosi

(credevo che le isole

dei corpi bendati

fossero leggende di metropoli

ma poi

me ne ha parlato l'amica Leda

definendo l'incontro

un'esperienza divina

mentre io insultavo ogni divino

sputando sulla novella del libero arbitrio)

 

E noi

e loro

ad invocare il carma

per non costringere la sporca coscienza

a interrogarsi

su quel bambino dalle mani di elefante

che si arrampica sul muro come un geco

(e loro e noi

ad invocare il dono di Ganesh

per non interrogarci sul perché

delle storture orribili del corpo)

 

Dovremo pur decidere

- prima o poi -

se siamo somiglianti

a Chi ci guida verso la salvezza

oppure solamente

giocattoli tristi

nelle mani di un gruppo annoiato

che inventa ogni momento

un nuovo scacco matto

 

 

 

 

(Da Luogomondo – L'angelo)

 

Teresa

- tu Teresa -

madre dei figli

dalla pelle che squama

 

Quale anarchia ti spinge a non sentire

il disgusto di carni macerate

e l’odore di morte

che copre la città

- carma cancrena -(?)

 

E non venirmi a dire

che non ti sai adirare

che la tua mente è libera dal dubbio

quando vedi bambini respirare

appena chiusi dentro sporche gabbie

o labbra senza latte

risucchiate da mosche

 

E non venirmi a dire

che non senti il bisogno di imprecare

per questa lebbra che pugnala

per la ciotola vuota

e la coperta

che copre corpi vivi

- o forse morti -

per il fiume discarica che vomita

ceneri e gambe

 

Non so se offrire la mia mano fratella

o abbandonarmi a cercare la tua

 

Chi di noi due il vero intermediario?

 

Il fuoco visionario

entrambi ci divora

 

Lascia che adagi la mia testa calva

sopra il tuo letto

cuscino gemello

veglio sveglio il tuo sonno

e vigiliamo insieme

 

Le ali

- amica -

non sono donazioni

ma spine aguzze

che incidono le costole ogni volta

che diventi una goccia

che scava e scava montagna sofferenza

 

(Da Luogomondo – Epilogo)

 

Ebbene sì

adesso

il gioco del veleno non funziona

 

L'ultima goccialacrima

ha fatto vomitare

ogni mare ogni oceano ogni vulcano

 

Sono colmi i bicchieri

le anfore le botti le bottiglie

piene di sangue e merda

di ogni RetoricaPotere

 

Ebbene sì

 

Adesso è giunto

il tempo di sfondare le poltrone

sfrattare il culo grasso

- impotenti potenti senza orecchie

senza naso e cervello per capire

che non si può ingannare

chi guarda con lo sguardo panorama -

 

 

 

Ci avete fatto credere

che il mondo fosse una sorta di Giardino

dove l'erba è di tutti

 

Senza frutti

questa nostra attesa

MA

 

Il Poeta ha l'occhio del Gigante

avvolge la sfera della terra

globo imperfetto da millenni

che cerca di scuotere la crosta

e le scorie del male

 

È uno sguardo terribile

e benedetto insieme

capace di scrutare in ogni spicchio

senza schermi ed inganni

 

Un nuovo Mito

dove il gigante non è più il Gigante

delle terre passate

- archeologia -

 

Il nuovo mito

non possiede corpo

 

 

MentePoeta

umile guardiano

spezza l'arma del sé

volge la TestaPanorama

verso l'altro da sé

 

 

Non abbiamo bisogno di ReMida

né del brillare dei diamanti

ma il raccolto dei corpi

e dei pensieri

dei vecchi dei bambini delle madri

 

E

se si spacca il vetro delle unghie

e lascia cadere solo sale

qualcuno sa

come cogliere in tempo

il frumento del Bene

 

 

Non abbiamo bisogno di Narciso

anneghi pure

nel suo stesso specchio

 

Oggi i volti saranno senza rughe

liberi di riflettersi

dentro i volti di ognuno

 

 

La nostra LinguaPoeta

diventa una terribile tenaglia

che tenta di recidere a ogni passo

l'intera staccionata di confine

perche ora

- che è stato oltrepassato

ogni confine

della decenza -

possa purificarsi ogni liquame

 

 

 

Il Poeta

ha Braccia

che stringono caparbie

ogni passeggero che

- disperso -

transita nel Mondo del Reale

 

Le nostre mani

non hanno cinque dita

sono coppe dell'olio della mente

(anche se sanno diventare

vasi scrostati di Pandora

quando il vento

si fa violenza)

 

 

Nessuno osi battere martelli

e legni e cinghie sulle nostre mani

perché il dito opponibile

non è dono precario

ma sistema

per recidere il MitoFalsoMito

quel cordone

che da sempre ci lega

all'infame placenta del dolore

 

 

Il cuore del poeta

da troppo tempo

si è spezzato invano

 

Adesso è tempo di chiudere ferite

sbrani brandelli cicatrici oscene

prima che i vermi

mangino ogni tèndine

del muscolo che pulsa

 

Il cuore

non ha altro colore

la sua pelle

è sempre rossa

e vive

 

 

Cosa cerchi

respiro del Poeta?

Ti illudi forse di essere divino?

 

Accontèntati

 

Il soffio tuo raggiunga

ogni vetta ogni abisso

ogni misura

 

Senza paura

è giusto navigare

nell'AgoràGlobaleImmaginaria

dove eravamo in cento

e dopo in mille

a migliaia e migliaia e poi miliardi

uniti dal linguaggio universale

creato dai cervelli del binario

 

Non abbiamo paura del progresso

 

 

 

 

 

Ora è tempo di nuovi intendimenti

del testimone

che passa col suo fuoco

da Poeta a Poeta

Artista e Artista

nell'incontro presente col passato

 

Ora che la distanza

prossemica natura geografia

ha portato la Terra

sotto lo sguardo di ogni creatura

con putridume e con indifferenza

ma anche con Giustizia

e con Ragione

 

E se qualcuno

fa ancora appello alla nostra follia

sappi che il folle non è più un malato

ma chi guarda il Reale

dal lato opposto

Saremo

in ogni parte

 

Nei vicoli nei porti negli anfratti

dentro case comuni nelle piazze

dentro le viscere degli oleodotti

nei buchi dei MuriReligione

nelle capanne dalle pance gonfie

dentro ferraglie dei carri-carrarmati

 

Dentro la via silicio di internet

 

 

Ovunque il luogo

delle nostre nocche

che non temono graffio né ferita

del filo spinato e delle gabbie

- mani che stritolano il guscio

per far nascere gioia ed armonia

denti che azzannano la carne

di chi resta nel nudo

dell'ignoranza e dell'ipocrisia -

 

Ovunque il luogo della nostra voce

che più non grida ma canta-corifea

 

Ovunque

il nostro piede sa danzare

nel Giardino del Mondo

 

Non nell'Eden di miti ormai vissuti

 

Ma dentro la realtà della Ragione

 


 

CANTO ESSENZIALE

Il canto essenziale
è la mia forza
ma non consuma ormai più le parole

È solamente nòmos
che incanta il male

(da)
DESERTO DEFINITO

Ogni tanto il Deserto mi chiama
rosa di vento e foglia di turchese


Ogni tanto il deserto mi chiama
fiore di vento e foglia di turchese

Ogn tanto il Deserto mi avvolge
mani di ruga ed occhi di kajal

Ed è sempre
scoprire questo avere
uomo dell’uomo
oltre la pelle scura
e gli occhi di velluto ora tuffati
nel grigio viola turchese dorato
occidentale mio
abito a fiori

Ogni tanto
il Deserto mi stringe


Non ho visto la guerra
la mia generazione risparmiata
di morte
- simulata -
sono piene le gabbie
(comandate)

Te-le-di-se-gno
icona virtuale

Il sangue qui è colore intrappolato
che scorre nella rete artificiale
ed il fuoco che uccide sembra un fiore
che si sveglia improvviso

Anche la pace
sai?
non ha bandiera
è solo una cartina ricucita
da croci che segnalano il confine
tra colline e pianure
-niente grano-

Non puoi restare chiuso dentro il cubo
con gli occhi di cristallo che si fanno
ogni istante dei sguardo parallelo

Non puoi scegliere note di metallo
per narrare un dolore che non vedi

Ed allora ti affacci sopra l’orlo
cerchi la diagonale della storia
oltre i confini dello spazio fisso
della macchina figlia del pensiero
intelligente

Certo i
intelligente
la tua valigia che diventa tasca
e l’occhio che attraversa il meridiano
senza pellicola

Lasciare
ogni cosa creata dalle mani
ogni piccolo spazio conquistato
ogni gioco giocato
(forse vinto)
ogni solida altezza

Ma il percorso del dubbio
è il mio gigante
fuoco febbre paura

Devo andare

Questo il disegno

Il vento mi è compagno


Ora non è più tempo di cantare
paesaggi  d’azzurro e di gabbiano
scogliere che si porgono alla riva
come terrazze per sereni amori

Non è tempo di gioia
di chiarori
non è tempo di cedere alla noia
a giornate di inutili parole
a racconti di mille e mille storie
ancorniciate da mielati cuori

Non è tempo di frasi imprigonate
nel nascosto cassetto personale
compiaciuti pensieri senza dono
di poeti voluti da nessuno

Ora è tempo di scavo


Eccola
la guerra che non ho vissuto

È nel drago dipinto di Ilona Weissowa
nell’arancio nel fuoco
del sole che esplode di spavento
dentro il disegno appeso

  1. neznami autor -

(autore sconosciuto)

Ed è qui ancora
sessantamilaepassa nomi incisi
affresco geometria di rossonero
Shalom in sinagoga Eilena Frida
Hanna Greta Joseph Elia Samuele

Ed è qui che rimane dentro il corpo
torcia viva di Jana
che ancora brucia e grida
sotto lo sguardo della Rudolphina

Oppure è solo dentro la lattina
di Cocacola
vuota rotolante
che si nasconde in ogni spazio inquieto
della ritrosa
Signora d’oro
che riaccende i suoi lumi e si prepara
a nuova solitudine occidente


Dove sono i Niňos de Rua?
Avete interrotto le loro voci di questua
- nessun disturbo
ai portatori di Dollari Reals

Dove sono finiti?
giornalisti briganti non è vero
non sono nelle gabbie di tortura
chimica
riciclaggio di apparati
(lo sappiamo che il rene non ha razza
i colori del corpo le interiora
non hanno melanina)

Non può essere un Niňo de Rua
quel ragazzino svelto
che attravera la strada principale
addosso i jeans le lenti parasole
nella destra una noce – latte antico –
nella sinistra una latta di metallo

Non è un bimbo che corre sulla sabbia
ma un’ombra che scompare
incontro al monte gobbo
dove  mani di pietra
grosse lontane rigide imponenti
guardano la collina

Discarica favelas


Sono arrivati questa notte
sfuggiti al moderno Polifemo

Li ho visti sbarcare al mattino
collina di corpi e di residui
senza ordine
di distinzione

Li ho guardati
cercare negli occhi di fratelli comuni
scintille
a questa vita frammentata
approdo ad una riva
umana almeno
dove sazia la briciola
e la mano

Ho poi cercato
questa stessa sera
gli sparpagliati corpi di viandante

Ma la collina adesso
è solamente
geografia da spazzini


Occorre chiedere al sole
se mi vuole
compagno
mentre inseguo il ritorno
dentro le viscere del mio passato

Chiedere al vento
se mi aspetta
compagno al suo respiro che trascina
spiccioli rassegnati del millennio appena uscito
e grida di invasione del millennio
adesso nato

Occorre
chiedere  alla notte se ci guida
compagna
là dove un giorno
decideremo di dover
dormire

Chiedere voce alla folle poesia
spingere le parole
sul muro temporale
affacciarsi alle soglie dove l’orlo
già strabocca
ed il Mito ha superato
anche l’ultimo onirico traguardo

Occorre andare oltre il tempo
quasi che questo vivere
sia stato già vissuto
quasi che questo vivere
sia stato già saputo
sommando ogni dolore ogni momento

In questo sbriciolarsi lungo il Tempo
e il vedere il sapere il non potere


Dicono
che il Deserto è definito
e ognuno lo racchiude nella cella
eell’esistere suo dentro il Disegno

E che quell’intelletto cui si parla
prima o poi viene dato
a forza
a forza


(da)
IL POETA MUORE OGNI SERA

Il Poeta muore ogni sera
e l’alba lo coglie
con le sue pretese



Consumo al bar del centro
un caffè senza macchia
e la brioche sa di muffa riscaldata
- nausea di un nuovo giorno -

Scivolo
su marciapiedi marci di foglie e féci di cani
scanso gomiti
- gente frettolosa -

Frigge la spazzatura
dentro sacchetti grigi

Non ho il coraggio di guardare dentro


Mi lascio trascinare
dentro una coda turista
sale i gradini della cattedrale
incipriata a nuovo

Ho attraversato mille chiese
calpestando lapidi ad intarsio
col viso rivolto alle volte dipinte
sottolo sguardo di cera
delle icone severe dei santi
e degli angeli grassi

Ma
ho anche attraversato
crude strade del mondo
inciampando nei morti sui marciapiedi
col viso rivolto
alla volta di un cielo abbuiato
- corvi stringono nel becco
spezzoni di pelle umana –
sotto lo sguardo di seta
di bambini in attesa
di una qualunque spiga di
sopravvivenza

Ed allora ti chiedi fino a quando
continueremo a costruire muri
a imprigionare sassi
dentro gabbie di ferro
a spingere le lame di cristallo
fin dove può la vista
- occhio impotente
surrogato coscienza –

Senza


 Gli occhi dei poeti
si somigliano tutti
iridi senza specchio
- deviate le ciglia -
rotolano al di là degli oggetti
di ogni mondo artefatto

Laser di pensieri
- obliqui sotterranei -
finestre prolungate cerebrali
rincorrono l’oltranza

Si muovono
 - gli sguardi -
in intrighi crepacci della mente
dove la lama taglia
- orizzontale -
il filocielo  che scorre
e si contrae

Separazione estrema


 Dovrei maledirlo
quest’occhio che spia il futuro
strapparlo
come fece  il re 
dal sangue impuro

Invece
è sfera di orgoglio
esibizione altèra
Punge 
dentro spazi visionari
come l’ago
che tenta ricucire
bestie e uomini insieme
foreste e mari
e terre
senza alcuna esplorazione

Scandaglia
rimesta ricombina ricompone
fluisce defluisce non si arresta


 Il poeta muore ogni sera
o forse vive
nell’aiola del mondo
in attesa del piede che calpesta

Oppure
è solamente un personaggio
scaraventato
dentro un video-game
Attendo

Reset

 (dalle opere teatrali)
Canto essenziale

Vesto il mio corpo
vesto il mio pensiero
velo su velo mi vesto
con foglie di sogno
e radici di reale
con petali amaranto di dolcezza
e ruvido lino di forza

Sento ancora occhi di spillo
penetrare il tessuto ed affondare
la carne del mio cuore
e la mano del tempo
che rovina il corpo
tenta di possedere anche il pensiero

Ma continuo il mio addobbo

E come un bizzarro centauro
indosso scarpe
zoccoli piantati sul terreno
tendo braccia in mille corde
ed ogni freccia lancia una cascata
di note in fila

 Il filo
percorso estremo ed ultima speranza
ora si fa
fiocco di luce nodo di sole
che ravvolge ogni segmento
di spirito e di idioma
per diventare una matassa – sfera
dove capo con coda non si arruffa

Ora il canto essenziale è la mia forza
ma non consuma ormai più le parole

È solamente nòmos
che incanta il male

 (da Tre passi dentro il tempo)

 Non c’è pietra
che seppellisca l’odio
sempre ritorna
il demone che giace
dentro il nostro
pensiero guercio

Risorge si nasconde
tra pieghe di libri antichi
s’immischia con l’inchiostro
di versi che nacquero sacri
s’insinua dentro i buchi
del muro che raccoglie messaggi
e il battere  di pugni sul petto
si fa pesante veste
carica di un’illusa
morte-paradiso
si fa lingua che taglia
si fa
stupro dell’innocente

Così
brucia la terra
e il fuoco non esploso
questa volta
non ha incontrato l’acqua

Brucia la terra e arde
dentro mille vulcani
neppure un Marte qualunque
che controlli la brace

Uomo arrogante-Zeus
Icona di se stesso
Che riscrive le regole ogni giorno
Senza Tavola alcuna

Lontano il tempo
Degli uomini come angeli
A cui spunteranno
Ali di luce e sorriso
- somiglianza divina –

Perfino il poeta si arrende
ammutolito
(da Tre passi dentro il tempo)


 CANTO DI MARIA STUARDA

Vorrei poter
patteggiare con te
cercare
il compromesso vigliacco

Io ti do tu mi dai
baratto il ventre col cuore

Ma
a niente vale
e niente chiederò
se non il tuo
passaggio veloce

Non barare
l’incontro è troppo gravoso
anche per te

In quest’alba che arriva
la tua risata non squilla
né la falce è malvagia
il tuo odioso saccheggio
risponde anch’esso all’ordine
che non puoi delegare

 (Cantato- musicato da Piera Pistono –
tratto da Il gesto sospeso)


FEMINA  FERA
Fotopoiesis

La solitudine è bestia necessaria

Se non fosse per questa ragione
che attraversa il pensiero
sarebbe la paura
non di vuoto o  impotenza
ma solo di forte smarrimento
come se fossi qui scaraventata
a trovare equilibrio in sospensione
tra sonno e veglia
rinuncia e desiderio

L’albero partorisce una nuova radice
culla provvisoria al mio corpo indifeso

Io
fungo senza veleno
bruco senza peluria
muschio senza clorofilla
embrione fuori dall’utero

Né rombi di aerei né canti di uccelli
né stridore di treni né grida di cinghiali
né suola di scarpe né tonfi a passi di elefante

Ora che il buio ha  intrappolato
l’ultimo rimasuglio della luce
entro nel cupo dei sogni
e attendo l’alba

Ma

Silenzio  precipizio senza fondo
Assenza notte
Demone risveglio

Tronco traverso   casa scoperchiata
tronco eretto
scalata
piedistallo
- punta di confine -

Potrei fingermi sasso
e lasciarmi cadere fino al fondo
- vertigine estrema sensazione -

Oppure
farmi incauto aquilotto
vinto dall’impazienza
che osa il salto oltre il filo

- Quasi si sfiora l’uomo col divino (?) -
Scelgo l’abbraccio del mio stesso corpo
fragile ammasso di bocche affamate
di nervi stanchi
propositi a deriva
ospite  – ancora –
di due rami a forcella
che invitano alla notte

Ad ogni notte (?)

Qualcuno tende trappole
- ribellione del cuore
che fibrilla e fibrilla -

Ma io lo tengo in pugno

Non cercatemi
ogni volta raccolgo
briciole di pane perduto

(È smarrita oramai
la fiaba del triste Pollicino
- ultimo rimasuglio del cammino -)

La residua brace d’intelletto
si spegne questa sera
quando
si fa graffio ogni cosa
E tu
- tenero amante -
non chiamarmi
la tua voce mi spezza
la consapevolezza
è un dono offerto a pochi

 Si capovolga pure
l’osso bastone tronco attorcigliato
del Tempo che rovescia all’indietro
- punta che batte l’acqua
rigido cobra dalla  vita sospesa
pronto a muoversi in testa di veleno
arma immortale
e Prima
trofeo di ogni potere -
Potere
non  più un pezzo di legno tra le mani

Potere
dominio d’artiglio
narici aperte
sguardo oltre i limiti di sguardo
occhi distanti dalla fronte
punteruolo di preda

Danzo l’ultima danza

Prendo in prestito giochi d’infanzia
quando osavo imitare
il gatto e l’orsacchiotto
in attesa che cadesse la mia coda

Giochi sui pavimenti e sugli sterpi
dentro gabbie vivaci e nelle piazze
E dentro l’acqua

Acqua
frusta
gelo liquefatto
scava la roccia scava i miei capelli

Purifico la crosta
il battesimo offerto
dalle mie stesse mani
il rito si ripete
si rinnova ala contrario
- da fonte a fonte  -

 

Bevo alla sorgente
del mio fragile destino
- in questo nuovo Giardino -

Ma l’acqua ha un sapore di melma
- moscerini si attaccano al palato
e vermi dal corpo spezzato
si uccidono lungo la mia gola -

Il pane ha un sapore di terra
e di viscere di lombrico
- non ricaccia la fame -

La roccia ha un volto di civetta
la bava precipita in cascata
- non mi spaventa -
la caverna bocca
inutilmente nasconde la mia preda

Il pane ha nervi e filamenti
e il sapore dolciastro
della carne che vive

Vomito
le ultime frattaglie del disgusto umano
ma niente spreco
di rimasugli
per sciacalli in agguato

Il dito
- opponibile cappio -
si fa piede palmato
cartilagine zoccolo durone
unghia che affonda
e si ritrae
Vittima tra le fauci
cuore che ancora batte
- fu frantumato il mio con mille lame -

Sangue siamese sangue

Il Narciso di me più non mi chiama
né m’innamora

Taglio l’intelletto rabbioso
il Logos abusato
arbitrario
scontato
rovino fino al fondo
dove tutto si sfiora
e si scombina

Senti?
Il mio linguaggio
- adesso -
adotta nuove forme
e la mia lingua
è solamente un muscolo vorace

AREIF AREIF AREIF

OVED ERATNEVID AREIF

ED ERAT VID OVE NE ARE FI

FI ARE NE OVE VID ERAT ED
FIED ARERAT NEVIDOVE

F E I A R RRRRRRRRRRRR

Ascolti?
le parole si vanno frantumando
si capovolge il senso
la memoria
attende nuovi spazi
Cosa ne sanno
- loro -
di questo mio sentire?
Credono forse che soltanto l’uomo
sia capace di intendere?
Parlare?

So contare le sillabe
la fiaba
è poesia che ancora mi appartiene

Il mio rumore è rantolo
richiamo
voce dal ventre
grido dal passato
urlo di prepotenza
di dominio
di femmina arroganza

(Non è forse - la donna -
la vera Fiera
- quando non feroce -
regista di ogni tempo?)

Tutti sotto il mio corpo
le mammelle
moltiplicate
latte ancora latte –
come una Madre
- l’unica –
a dettare
legge su legge

Ma

Quale la legge?
Scritta sopra le foglie?
Oppure dentro i libri che hai lasciato?

A che serve fuggire da un potere
e rimanere prigioniera ancora
del potere del sé

Dubbio

Drago che incendia

La collina si tinge di tramonto
e nella sera
sono io che decido se il silenzio
deve spezzarsi oppure rimanere
sospeso
congelato

Anemos
- vento -
lascia che la criniera
diventi la tua arpa

 

E voi farfalle
pasticciate il mio corpo di colore

Serpente
non ti batte la mia coda
aquila
non ti vieto questo cielo
scoiattolo nervoso
capriolo
gufo che inquieto canti
rospo allegro
lupo ritroso
cervo d’alterigia
picchio tamburo
donnola
faina
camaleonte occhio del futuro…

Sono dentro di voi

(Io)
antenna di formica
garrito di rondone
squittio
frinire
sibilo di squame
frullo di piume
fischio tra le pietre
riso di donna
nenia di sirena
Ruggito senza posa

Come una sposa
che attende la sua prima divisione
o muti o muori

Muori

Muta

(Mondadori Electa, 2006 – fotografie di Fabrizio Portalupi, pose di Elisabetta Coraini)

 

  Da
Antologie

Questo dolore
non ha fratelli
e somiglia a nessuno
e solo questo mio
invisibile pugnale

(al padre)

A PINO

La vite geme
sotto le tue dita
tu che mi porgi quel distillo d’acqua
come fosse già vino

 

Se l’amore ha bisogno di parole
le nostre sono frasi senza suono

Cosa importa se stiamo silenziosi
mentre cade la neve
o mentre il vento
si caracolla dentro le fessure

L’abbraccio
è idea che si consuma in sintonia

Le mani sono coppe per il grano

Sempre tra noi si cuce e si ricuce
l’incisione di Giano

 

 CANTO DEL PANE

Mi sia concesso il dono
Di un intreccio di palme
Ostinate
Coppe a raccogliere ogni grano
Che irrompe dalla terra
E la spaventa
Ogni seme nascosto
Sotto le foglie fragili
E dentro i corridoi di formica
Ogni mollica
Di  frumento disperso
Confuso alla sabbia di quel
Deserto
Dove
Ogni cosa è di Te

Mille e mille
Dita annodano spighe
In fasci innumerevoli
Polvere
Prezioso è l’oro
Che scorre tra le dita

L’acqua del puro
Non sceglie tra due rive
E rompe il sasso
Nell’unico incavo di fonte

Amore lievita amore
E  discioglie ogni sale

Ecco
Soltanto a Te è concesso
Il dono potere
Del corpo che diventa
Pane del mondo






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