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Frammenti di opere ........
CANTO ESSENZIALE
Il canto essenziale
è la mia forza
ma non consuma ormai più le parole
È solamente nòmos
che incanta il male
(da)
DESERTO DEFINITO
Ogni tanto il Deserto mi chiama
rosa di vento e foglia di turchese
Ogni tanto il deserto mi chiama
fiore di vento e foglia di turchese
Ogn tanto il Deserto mi avvolge
mani di ruga ed occhi di kajal
Ed è sempre
scoprire questo avere
uomo dell’uomo
oltre la pelle scura
e gli occhi di velluto ora tuffati
nel grigio viola turchese dorato
occidentale mio
abito a fiori
Ogni tanto
il Deserto mi stringe
Non ho visto la guerra
la mia generazione risparmiata
di morte
- simulata -
sono piene le gabbie
(comandate)
Te-le-di-se-gno
icona virtuale
Il sangue qui è colore intrappolato
che scorre nella rete artificiale
ed il fuoco che uccide sembra un fiore
che si sveglia improvviso
Anche la pace
sai?
non ha bandiera
è solo una cartina ricucita
da croci che segnalano il confine
tra colline e pianure
-niente grano-
Non puoi restare chiuso dentro il cubo
con gli occhi di cristallo che si fanno
ogni istante dei sguardo parallelo
Non puoi scegliere note di metallo
per narrare un dolore che non vedi
Ed allora ti affacci sopra l’orlo
cerchi la diagonale della storia
oltre i confini dello spazio fisso
della macchina figlia del pensiero
intelligente
Certo i
intelligente
la tua valigia che diventa tasca
e l’occhio che attraversa il meridiano
senza pellicola
Lasciare
ogni cosa creata dalle mani
ogni piccolo spazio conquistato
ogni gioco giocato
(forse vinto)
ogni solida altezza
Ma il percorso del dubbio
è il mio gigante
fuoco febbre paura
Devo andare
Questo il disegno
Il vento mi è compagno
Ora non è più tempo di cantare
paesaggi d’azzurro e di gabbiano
scogliere che si porgono alla riva
come terrazze per sereni amori
Non è tempo di gioia
di chiarori
non è tempo di cedere alla noia
a giornate di inutili parole
a racconti di mille e mille storie
ancorniciate da mielati cuori
Non è tempo di frasi imprigonate
nel nascosto cassetto personale
compiaciuti pensieri senza dono
di poeti voluti da nessuno
Ora è tempo di scavo
Eccola
la guerra che non ho vissuto
È nel drago dipinto di Ilona Weissowa
nell’arancio nel fuoco
del sole che esplode di spavento
dentro il disegno appeso
- neznami autor -
(autore sconosciuto)
Ed è qui ancora
sessantamilaepassa nomi incisi
affresco geometria di rossonero
Shalom in sinagoga Eilena Frida
Hanna Greta Joseph Elia Samuele
Ed è qui che rimane dentro il corpo
torcia viva di Jana
che ancora brucia e grida
sotto lo sguardo della Rudolphina
Oppure è solo dentro la lattina
di Cocacola
vuota rotolante
che si nasconde in ogni spazio inquieto
della ritrosa
Signora d’oro
che riaccende i suoi lumi e si prepara
a nuova solitudine occidente
Dove sono i Niňos de Rua?
Avete interrotto le loro voci di questua
- nessun disturbo
ai portatori di Dollari Reals
Dove sono finiti?
giornalisti briganti non è vero
non sono nelle gabbie di tortura
chimica
riciclaggio di apparati
(lo sappiamo che il rene non ha razza
i colori del corpo le interiora
non hanno melanina)
Non può essere un Niňo de Rua
quel ragazzino svelto
che attravera la strada principale
addosso i jeans le lenti parasole
nella destra una noce – latte antico –
nella sinistra una latta di metallo
Non è un bimbo che corre sulla sabbia
ma un’ombra che scompare
incontro al monte gobbo
dove mani di pietra
grosse lontane rigide imponenti
guardano la collina
Discarica favelas
Sono arrivati questa notte
sfuggiti al moderno Polifemo
Li ho visti sbarcare al mattino
collina di corpi e di residui
senza ordine
di distinzione
Li ho guardati
cercare negli occhi di fratelli comuni
scintille
a questa vita frammentata
approdo ad una riva
umana almeno
dove sazia la briciola
e la mano
Ho poi cercato
questa stessa sera
gli sparpagliati corpi di viandante
Ma la collina adesso
è solamente
geografia da spazzini
Occorre chiedere al sole
se mi vuole
compagno
mentre inseguo il ritorno
dentro le viscere del mio passato
Chiedere al vento
se mi aspetta
compagno al suo respiro che trascina
spiccioli rassegnati del millennio appena uscito
e grida di invasione del millennio
adesso nato
Occorre
chiedere alla notte se ci guida
compagna
là dove un giorno
decideremo di dover
dormire
Chiedere voce alla folle poesia
spingere le parole
sul muro temporale
affacciarsi alle soglie dove l’orlo
già strabocca
ed il Mito ha superato
anche l’ultimo onirico traguardo
Occorre andare oltre il tempo
quasi che questo vivere
sia stato già vissuto
quasi che questo vivere
sia stato già saputo
sommando ogni dolore ogni momento
In questo sbriciolarsi lungo il Tempo
e il vedere il sapere il non potere
Dicono
che il Deserto è definito
e ognuno lo racchiude nella cella
eell’esistere suo dentro il Disegno
E che quell’intelletto cui si parla
prima o poi viene dato
a forza
a forza
(da)
IL POETA MUORE OGNI SERA
Il Poeta muore ogni sera
e l’alba lo coglie
con le sue pretese
Consumo al bar del centro
un caffè senza macchia
e la brioche sa di muffa riscaldata
- nausea di un nuovo giorno -
Scivolo
su marciapiedi marci di foglie e féci di cani
scanso gomiti
- gente frettolosa -
Frigge la spazzatura
dentro sacchetti grigi
Non ho il coraggio di guardare dentro
Mi lascio trascinare
dentro una coda turista
sale i gradini della cattedrale
incipriata a nuovo
Ho attraversato mille chiese
calpestando lapidi ad intarsio
col viso rivolto alle volte dipinte
sottolo sguardo di cera
delle icone severe dei santi
e degli angeli grassi
Ma
ho anche attraversato
crude strade del mondo
inciampando nei morti sui marciapiedi
col viso rivolto
alla volta di un cielo abbuiato
- corvi stringono nel becco
spezzoni di pelle umana –
sotto lo sguardo di seta
di bambini in attesa
di una qualunque spiga di
sopravvivenza
Ed allora ti chiedi fino a quando
continueremo a costruire muri
a imprigionare sassi
dentro gabbie di ferro
a spingere le lame di cristallo
fin dove può la vista
- occhio impotente
surrogato coscienza –
Senza
Gli occhi dei poeti
si somigliano tutti
iridi senza specchio
- deviate le ciglia -
rotolano al di là degli oggetti
di ogni mondo artefatto
Laser di pensieri
- obliqui sotterranei -
finestre prolungate cerebrali
rincorrono l’oltranza
Si muovono
- gli sguardi -
in intrighi crepacci della mente
dove la lama taglia
- orizzontale -
il filocielo che scorre
e si contrae
Separazione estrema
Dovrei maledirlo
quest’occhio che spia il futuro
strapparlo
come fece il re
dal sangue impuro
Invece
è sfera di orgoglio
esibizione altèra
Punge
dentro spazi visionari
come l’ago
che tenta ricucire
bestie e uomini insieme
foreste e mari
e terre
senza alcuna esplorazione
Scandaglia
rimesta ricombina ricompone
fluisce defluisce non si arresta
Il poeta muore ogni sera
o forse vive
nell’aiola del mondo
in attesa del piede che calpesta
Oppure
è solamente un personaggio
scaraventato
dentro un video-game
Attendo
Reset
(dalle opere teatrali)
Canto essenziale
Vesto il mio corpo
vesto il mio pensiero
velo su velo mi vesto
con foglie di sogno
e radici di reale
con petali amaranto di dolcezza
e ruvido lino di forza
Sento ancora occhi di spillo
penetrare il tessuto ed affondare
la carne del mio cuore
e la mano del tempo
che rovina il corpo
tenta di possedere anche il pensiero
Ma continuo il mio addobbo
E come un bizzarro centauro
indosso scarpe
zoccoli piantati sul terreno
tendo braccia in mille corde
ed ogni freccia lancia una cascata
di note in fila
Il filo
percorso estremo ed ultima speranza
ora si fa
fiocco di luce nodo di sole
che ravvolge ogni segmento
di spirito e di idioma
per diventare una matassa – sfera
dove capo con coda non si arruffa
Ora il canto essenziale è la mia forza
ma non consuma ormai più le parole
È solamente nòmos
che incanta il male
(da Tre passi dentro il tempo)
Non c’è pietra
che seppellisca l’odio
sempre ritorna
il demone che giace
dentro il nostro
pensiero guercio
Risorge si nasconde
tra pieghe di libri antichi
s’immischia con l’inchiostro
di versi che nacquero sacri
s’insinua dentro i buchi
del muro che raccoglie messaggi
e il battere di pugni sul petto
si fa pesante veste
carica di un’illusa
morte-paradiso
si fa lingua che taglia
si fa
stupro dell’innocente
Così
brucia la terra
e il fuoco non esploso
questa volta
non ha incontrato l’acqua
Brucia la terra e arde
dentro mille vulcani
neppure un Marte qualunque
che controlli la brace
Uomo arrogante-Zeus
Icona di se stesso
Che riscrive le regole ogni giorno
Senza Tavola alcuna
Lontano il tempo
Degli uomini come angeli
A cui spunteranno
Ali di luce e sorriso
- somiglianza divina –
Perfino il poeta si arrende
ammutolito
(da Tre passi dentro il tempo)
CANTO DI MARIA STUARDA
Vorrei poter
patteggiare con te
cercare
il compromesso vigliacco
Io ti do tu mi dai
baratto il ventre col cuore
Ma
a niente vale
e niente chiederò
se non il tuo
passaggio veloce
Non barare
l’incontro è troppo gravoso
anche per te
In quest’alba che arriva
la tua risata non squilla
né la falce è malvagia
il tuo odioso saccheggio
risponde anch’esso all’ordine
che non puoi delegare
(Cantato- musicato da Piera Pistono –
tratto da Il gesto sospeso)
FEMINA FERA
Fotopoiesis
La solitudine è bestia necessaria
Se non fosse per questa ragione
che attraversa il pensiero
sarebbe la paura
non di vuoto o impotenza
ma solo di forte smarrimento
come se fossi qui scaraventata
a trovare equilibrio in sospensione
tra sonno e veglia
rinuncia e desiderio
L’albero partorisce una nuova radice
culla provvisoria al mio corpo indifeso
Io
fungo senza veleno
bruco senza peluria
muschio senza clorofilla
embrione fuori dall’utero
Né rombi di aerei né canti di uccelli
né stridore di treni né grida di cinghiali
né suola di scarpe né tonfi a passi di elefante
Ora che il buio ha intrappolato
l’ultimo rimasuglio della luce
entro nel cupo dei sogni
e attendo l’alba
Ma
Silenzio precipizio senza fondo
Assenza notte
Demone risveglio
Tronco traverso casa scoperchiata
tronco eretto
scalata
piedistallo
- punta di confine -
Potrei fingermi sasso
e lasciarmi cadere fino al fondo
- vertigine estrema sensazione -
Oppure
farmi incauto aquilotto
vinto dall’impazienza
che osa il salto oltre il filo
- Quasi si sfiora l’uomo col divino (?) -
Scelgo l’abbraccio del mio stesso corpo
fragile ammasso di bocche affamate
di nervi stanchi
propositi a deriva
ospite – ancora –
di due rami a forcella
che invitano alla notte
Ad ogni notte (?)
Qualcuno tende trappole
- ribellione del cuore
che fibrilla e fibrilla -
Ma io lo tengo in pugno
Non cercatemi
ogni volta raccolgo
briciole di pane perduto
(È smarrita oramai
la fiaba del triste Pollicino
- ultimo rimasuglio del cammino -)
La residua brace d’intelletto
si spegne questa sera
quando
si fa graffio ogni cosa
E tu
- tenero amante -
non chiamarmi
la tua voce mi spezza
la consapevolezza
è un dono offerto a pochi
Si capovolga pure
l’osso bastone tronco attorcigliato
del Tempo che rovescia all’indietro
- punta che batte l’acqua
rigido cobra dalla vita sospesa
pronto a muoversi in testa di veleno
arma immortale
e Prima
trofeo di ogni potere -
Potere
non più un pezzo di legno tra le mani
Potere
dominio d’artiglio
narici aperte
sguardo oltre i limiti di sguardo
occhi distanti dalla fronte
punteruolo di preda
Danzo l’ultima danza
Prendo in prestito giochi d’infanzia
quando osavo imitare
il gatto e l’orsacchiotto
in attesa che cadesse la mia coda
Giochi sui pavimenti e sugli sterpi
dentro gabbie vivaci e nelle piazze
E dentro l’acqua
Acqua
frusta
gelo liquefatto
scava la roccia scava i miei capelli
Purifico la crosta
il battesimo offerto
dalle mie stesse mani
il rito si ripete
si rinnova ala contrario
- da fonte a fonte -
Bevo alla sorgente
del mio fragile destino
- in questo nuovo Giardino -
Ma l’acqua ha un sapore di melma
- moscerini si attaccano al palato
e vermi dal corpo spezzato
si uccidono lungo la mia gola -
Il pane ha un sapore di terra
e di viscere di lombrico
- non ricaccia la fame -
La roccia ha un volto di civetta
la bava precipita in cascata
- non mi spaventa -
la caverna bocca
inutilmente nasconde la mia preda
Il pane ha nervi e filamenti
e il sapore dolciastro
della carne che vive
Vomito
le ultime frattaglie del disgusto umano
ma niente spreco
di rimasugli
per sciacalli in agguato
Il dito
- opponibile cappio -
si fa piede palmato
cartilagine zoccolo durone
unghia che affonda
e si ritrae
Vittima tra le fauci
cuore che ancora batte
- fu frantumato il mio con mille lame -
Sangue siamese sangue
Il Narciso di me più non mi chiama
né m’innamora
Taglio l’intelletto rabbioso
il Logos abusato
arbitrario
scontato
rovino fino al fondo
dove tutto si sfiora
e si scombina
Senti?
Il mio linguaggio
- adesso -
adotta nuove forme
e la mia lingua
è solamente un muscolo vorace
AREIF AREIF AREIF
OVED ERATNEVID AREIF
ED ERAT VID OVE NE ARE FI
FI ARE NE OVE VID ERAT ED
FIED ARERAT NEVIDOVE
F E I A R RRRRRRRRRRRR
Ascolti?
le parole si vanno frantumando
si capovolge il senso
la memoria
attende nuovi spazi
Cosa ne sanno
- loro -
di questo mio sentire?
Credono forse che soltanto l’uomo
sia capace di intendere?
Parlare?
So contare le sillabe
la fiaba
è poesia che ancora mi appartiene
Il mio rumore è rantolo
richiamo
voce dal ventre
grido dal passato
urlo di prepotenza
di dominio
di femmina arroganza
(Non è forse - la donna -
la vera Fiera
- quando non feroce -
regista di ogni tempo?)
Tutti sotto il mio corpo
le mammelle
moltiplicate
latte ancora latte –
come una Madre
- l’unica –
a dettare
legge su legge
Ma
Quale la legge?
Scritta sopra le foglie?
Oppure dentro i libri che hai lasciato?
A che serve fuggire da un potere
e rimanere prigioniera ancora
del potere del sé
Dubbio
Drago che incendia
La collina si tinge di tramonto
e nella sera
sono io che decido se il silenzio
deve spezzarsi oppure rimanere
sospeso
congelato
Anemos
- vento -
lascia che la criniera
diventi la tua arpa
E voi farfalle
pasticciate il mio corpo di colore
Serpente
non ti batte la mia coda
aquila
non ti vieto questo cielo
scoiattolo nervoso
capriolo
gufo che inquieto canti
rospo allegro
lupo ritroso
cervo d’alterigia
picchio tamburo
donnola
faina
camaleonte occhio del futuro…
Sono dentro di voi
(Io)
antenna di formica
garrito di rondone
squittio
frinire
sibilo di squame
frullo di piume
fischio tra le pietre
riso di donna
nenia di sirena
Ruggito senza posa
Come una sposa
che attende la sua prima divisione
o muti o muori
Muori
Muta
(Mondadori Electa, 2006 – fotografie di Fabrizio Portalupi, pose di Elisabetta Coraini)
Da
Antologie
Questo dolore
non ha fratelli
e somiglia a nessuno
e solo questo mio
invisibile pugnale
(al padre)
Alla madre
A PINO
La vite geme
sotto le tue dita
tu che mi porgi quel distillo d’acqua
come fosse già vino
Se l’amore ha bisogno di parole
le nostre sono frasi senza suono
Cosa importa se stiamo silenziosi
mentre cade la neve
o mentre il vento
si caracolla dentro le fessure
L’abbraccio
è idea che si consuma in sintonia
Le mani sono coppe per il grano
Sempre tra noi si cuce e si ricuce
l’incisione di Giano
CANTO DEL PANE
Mi sia concesso il dono
Di un intreccio di palme
Ostinate
Coppe a raccogliere ogni grano
Che irrompe dalla terra
E la spaventa
Ogni seme nascosto
Sotto le foglie fragili
E dentro i corridoi di formica
Ogni mollica
Di frumento disperso
Confuso alla sabbia di quel
Deserto
Dove
Ogni cosa è di Te
Mille e mille
Dita annodano spighe
In fasci innumerevoli
Polvere
Prezioso è l’oro
Che scorre tra le dita
L’acqua del puro
Non sceglie tra due rive
E rompe il sasso
Nell’unico incavo di fonte
Amore lievita amore
E discioglie ogni sale
Ecco
Soltanto a Te è concesso
Il dono potere
Del corpo che diventa
Pane del mondo
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